Il Parlamento serbo s’appresta a discutere la risoluzione di condanna del massacro di Srebrenica, iniziativa lanciata lo scorso gennaio dal presidente Boris Tadic. Gesto apprezzabile, la cui portata però è diluita dall’uso del termine crimine, anziché del concetto di genocidio. La Serbia fa i conti con il suo passato, cosa positiva. Ma non li fa fino in fondo, il che è male.
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Tra qualche giorno il Parlamento serbo, si parla di fine mese, al massimo inizio aprile, inizierà la discussione sull’approvazione della risoluzione sul massacro di Srebrenica. Partendo dalla bozza di testo che ieri, il 24 marzo, il Collegio parlamentare, la conferenza dei capigruppo, presieduta dalla speaker dell’assemblea Slavica Dukic-Dejanovic, ha elaborato. Com’era prevedibile, lo sterminio di 8000 musulmani bosniaci perpetrati dalle unità sotto il comando del generale Ratko Mladic l’11 luglio del 1995, nel villaggio di Srebrenica, nella Bosnia orientale, viene definito “crimine” anziché di “genocidio”.
Proprio qui sta il punto. Perché se da una parte è apprezzabile che Belgrado affronti una questione che finora ha sempre schivato, dall’altra emerge la tendenza a diluire la portata della risoluzione. Tant’è che, oltre al mancato uso del concetto di genocidio, si profila l’ipotesi che il testo su Srebrenica venga affiancato da una dichiarazione di condanna dei crimini subiti da serbi nella stagione dei conflitti. Dunque, è apprezzabile che Belgrado dica che a Srebrenica i serbi hanno agito da criminali. Ma non lo è il fatto che, in questa storia della risoluzioni manchi la parola chiave – genocidio – e manchi la vera confessione: che la guerra in Bosnia e che l’eccidio di Srebrenica e non solo quello fu pianificato a tavolino.
L’iniziativa “azzoppata” su Srebrenica, lanciata da Boris Tadic lo scorso gennaio, conferma tutti i limiti dell’azione presidenziale. Che sono: la tendenza alla rottura, senza che la rottura sia però piena; la volontà di confrontarsi con il passato, ma cercando sempre di non stuzzicare troppo i sentimenti nazionali (e nazionalisti); la ricerca di una riappacificazione con i vicini, ma solo a certe condizioni, le condizioni della Serbia.
Tempo fa, di ritorno da Belgrado, ho scritto un’analisi sulla Serbia al tempo di Tadic e sulle prospettive d’integrazione nell’Ue, sui progressi indubbi che Belgrado ha compiuto negli ultimi anni, ma anche sui limiti che ne franano l’avanzamento. Sui progressi limitati, dunque. La risoluzione su Srebrenica rientra perfettamente in questa cornice.
Segnalo, infine, l’articolo di Balkan Insight dedicato alla risoluzione di Srebrenica, che mette bene in luce come la Serbia, nel promuoverla, abbia anche cercato, forse più che altro questo, di allinearsi – per non restare indietro in chiave di integrazione europea – con gli altri paesi dell’ex Jugoslavia, che con l’eccezione della Bosnia, dove i serbi non approveranno mai il varo di una dichiarazione sul crimine/eccidio di Srebrenica, hanno fatto propria nei mesi scorsi la risoluzione che l’Europarlamento ha licenziato nel gennaio 2009, elevando la ricorrenza dell’11 luglio a giornata europea del ricordo. Ricordo di Srebrenica, chiaro.




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