A trent’anni dalla morte, avvenuta nel 1980, il maresciallo Josip Broz gode ancora di grande fama e ammirazione. Stesso discorso per la sua creatura, la Jugoslavia. A Belgrado e Sarajevo, dove il culto di Tito è molto più accentuato, ho cercato di capire il perché. Un articolo pubblicato su East, numero 29, ora visibile anche online
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Souvenir titino (Mt, da http://www.eastonline.it)
Conquistare il cucuzzolo della collina dove sorge la Kuca Cveca, la Casa dei fiori, il villino che fu la residenza belgradese del maresciallo e che ora, trasformata in mausoleo, ne custodisce le spoglie, non è un gioco da ragazzi. Ci si arrampica su a fatica, prima inzuppando le scarpe nella neve e poi, infilata la scalinata che porta alla Kuca Cveca, badando a non scivolare sulle lastre di ghiaccio che ricoprono i gradini di pietra, liberati dal compatto manto bianco, spesso almeno trenta centimetri, che in questi giorni di febbraio ricopre ogni metro quadro della capitale serba. Il frutto di due giornate di tormenta e bufera, durante i quali il cielo ha sputato fuori tutta la sua rabbia.
Nel parco adiacente alla villetta c’è una statua in pietra che ritrae il defunto leader in atteggiamento riflessivo, con il capo leggermente rivolto verso il basso e le mani intrecciate dietro la schiena, come stesse rimuginando prima di prendere una decisione importante. Pochi passi più in là, aggirato il fianco dell’edificio, l’ingresso del mausoleo. Il signore sulla sessantina che lo presidia spalanca una delle ante della grande porta a vetri, allarga un braccio producendo un mezz’inchino, pronuncia un dobrodoslji (benvenuto) baritonale e libera il passaggio, lasciando intravedere il possente sepolcro di marmo bianco e lucido del vecchio presidente, Tito, di una vecchia patria multinazionale, la Jugoslavia, che s’è disgregata nel peggiore dei modi – con la guerra – e ha visto sorgere sulle proprie rovine tanti piccoli staterelli etnici.
A trent’anni dalla sua morte, avvenuta il 4 maggio del 1980, Josip Broz – questo il nome di battesimo – è ancora molto popolare e l’alto numero di visitatori che ognianno si recano alla Casa dei fiori lo conferma. Il mito del maresciallo va di pari passo con quello della Jugoslavia. Beninteso, la seconda Jugoslavia, quella del socialismo autogestito, modello di comunismo ritoccato da elementi di libero mercato e aperto in parte all’iniziativa privata. Da non confondere né con la prima, di stampo monarchico (1918-1941), né con la terza, segnata dai deliri di Milosevic. Più simile, quest’ultima, a una Serboslavia.
Titoismo e jugoslavismo sono due fenomeni che s’impastano e s’incastrano, dando vita alla cosiddetta “Jugonostalgia”. Molteplici le ragioni a monte di questo sentimento. C’è che all’epoca della Jugoslavia tutti avevano un lavoro, mentre oggi la disoccupazione galoppa. C’è che la vita era più “lenta” e stress e alienazione, corollari del capitalismo, non s’avvertivano. C’è che la Jugoslavia, avendo rotto con Stalin nel 1948 ed essendosi poi messa alla testa del movimento dei non allineati, godeva di grande prestigio internazionale. C’è, inoltre, che al tempo di Tito ci si poteva recare tranquillamente in viaggio all’estero. Altra storia, rispetto ai vincoli sulla circolazione che l’Europa – che solo dallo scorso dicembre ha liberalizzato il regime dei visti turistici e nemmeno per tutti (restano fuori Bosnia e Kosovo) – ha a lungo imposto ai Paesi dell’ex Jugoslavia, stimolando, specie tra i giovani, frustrazione, disillusione e sindrome da ghettizzazione.
Ma più di ogni altra cosa, a costituire l’architrave della nostalgia sono le memorie della pacifica convivenza tra popoli, fedi e tradizioni dell’oltre Adriatico che contraddistinse la seconda Jugoslavia. Certo, non mancarono frizioni, litigi e incomprensioni. Eppure al tempo di Tito il grande coacervo multiculturale balcanico riuscì a mantenere un’apprezzabile compattezza, sintetizzata nel motto “unità e fratellanza”. Considerando i colpi di cannone e le raffiche di kalashnikov, le guerre fratricide e gli eccidi che negli anni Novanta hanno tenuto banco nella regione, non stupisce che si guardi agli anni del maresciallo come a un’epoca d’oro. Sui muri di qualche palazzo di Belgrado, sono venuto a sapere durante il soggiorno nella capitale serba, ci si può imbattere a volte nella scritta “Tito ritorna, ti perdoniamo tutto”.
Da perdonare, in effetti, c’è parecchio. Gli storici sono unanimi nell’attribuire a Josip Broz pesanti responsabilità nel processo di disgregazione della Jugoslavia. La loro tesi è che il pasticciato e artificioso patriottismo titino, strutturato sui due fragili pilastri del culto della personalità e dell’epica della guerra di liberazione, durante la quale i partigiani sconfissero il nazifascismo contando quasi esclusivamente sulle loro forze, abbia costituito la ragione primaria del tonfo jugoslavo. La riprova è che morto Tito, troppo innamorato della sua biografia per pensare alla nomina di un successore affidabile, i nazionalismi che hanno afflitto nei secoli i Balcani – da qui il motto di Churchill: “I Balcani consumano più storia di quanta se ne possa produrre” – sono riemersi e hanno eroso lo spirito unitario, frantumandolo impietosamente.
Del culto titoista della personalità, nel nuovo museo di Storia jugoslava di Belgrado, situato accanto alla Casa dei fiori, si trovano abbondanti tracce. Una sezione della struttura presenta una vasta collezione dei celebri testimoni da staffetta in legno, ornati e intarsiati, che da ogni angolo della nazione arrivavano a Belgrado ogni 25 maggio, data del compleanno del presidente jugoslavo, nonché festa nazionale. A portarli nella capitale federale e a porgerli in dono al maresciallo, al termine di lunghe marce che partivano da ognuna delle sei repubbliche della Jugoslavia (Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia, Montenegro e Macedonia), erano i pionieri, ovvero le giovani leve comuniste.
Tito indomito capo partigiano, Tito coraggioso antagonista di Stalin, Tito brillante stratega internazionale, Tito garante dell’unità dei popoli jugoslavi e persino Tito fotografo. Il museo di Storia jugoslava svela un’altra qualità del maresciallo, mostrando al pubblico gli scatti, alcuni davvero di buona fattura, che il nostro realizzò nel corso dei suoi innumerevoli viaggi all’estero e all’interno dei confini jugoslavi. Tito poliedrico, capace di riuscire in tutto. Josip Broz dobar skroz (Josip Broz perfetto da capo a piedi), dicono da queste parti, lasciando sullo sfondo le molte ombre del maresciallo e concentrandosi sui pregi.
Ritrovo il motto stampato sui gadget titoisti, maglie,felpe, cappellini, posacenere e cartoline, che alcuni chioschi espongono sulla Knez Mihajlova, l’elegante corso che taglia con la precisione d’un bisturi il cuore di Belgrado. Insieme a questi articoli, quelli dedicati alla Jugoslavia: bandiere, gagliardetti, borse e quadretti raffiguranti le storiche utilitarie jugoslave prodotte negli stabilimenti di Zastava, recentemente rilevati dalla Fiat. Il passato, come nel caso dell’ostalgie tedesca, è anche un brand. A Belgrado come a Sarajevo. Nella capitale bosniaca, dove giungo da Belgrado dopo nove ore di strada ferrata, la “Jugonostalgia” è ancora più accentuata. Innanzitutto perché la Bosnia è stato il Paese, tra le repubbliche ex jugoslave, che più ha patito la guerra e Sarajevo la città che piùd’ogni altra, complici i tre lunghi anni di assedio, è stata sventrata, stuprata e annichilita. Ma c’è da tenere conto anche di altre questioni, come il fatto che Tito, anche se un po’ tardivamente, equiparò la condizione dei musulmani della Bosnia, maggioranza etnica del Paese, a quella di serbi, croati, sloveni, macedoni e montenegrini, riconoscendo loro il rango di popolo costituente della Jugoslavia e favorendo l’elaborazione di quell’identità nazionale che durante l’esperienza monarchica era stata negata. Il prestigio che alla città diedero le olimpiadi invernali del 1984, ancora ricordate con estremo orgoglio, rappresenta poi un’altra faccia della “Jugonostalgia”. Guai a toccare il maresciallo, a Sarajevo.
Il titoismo è anche una questione di toponomastica. L’ampio stradone che dalla fiamma eterna ai partigiani corre fino a ulica Zmaja od Bosne, che marca l’inizio del famigerato “viale dei cecchini”, lungo il quale i tiratori scelti serbi fecero strage di civili, porta ancora il vecchio e inequivocabile nome: Marsala Tita. Quando alcuni politici proposero di intitolarla ad Alija Izetbegovic, il defunto padre della Bosnia moderna, fautore dell’indipendenza e guida carismatica dei musulmani, ci fu una vera e propria sollevazione popolare. I sarajevesi, molti dei quali si definiscono ancora oggi jugoslavi rifiutando di identificarsi in una delle tre etnie della Bosnia (serba, croata e musulmana), alzarono la voce e costrinsero chi voleva sbarazzarsi di Tito a sventolare bandiera bianca.
Tuttavia, in Bosnia come in Serbia come altrove, brandire la “Jugonostalgia” non vuole solo dire voltarsi indietro e azionare le leve della macchina del tempo per riandare agli anni felici di ieri. “Jugonostalgia” significa anche, se non forse soprattutto, cercare di inquadrare un futuro diverso e migliore, prendendo a prestito dal passato, anche se viziato da errori e imperfezioni, gli spunti per portare i popoli ex jugoslavi a riparlarsi, allontanando i retaggi della guerra e scansando quella retorica nazionalista con cui le élite politiche, anche dopo il conflitto, hanno continuato a tenere vive paure mai sopite e seminato, nel migliore dei casi, inimicizia e diffidenza. I tanti “jugonostalgici” presenti nella società civile e i pochi che si distinguono all’interno delle classi dirigenti dovranno faticare molto, se vogliono ricompattare.
Tuttavia la loro non è una battaglia persa. Anche perché ci sono buoni segnali a sostegno della possibile ricongiunzione economica e socio-culturale – dato che la riconciliazione politica è ancora lontana – dei vari tronconi dell’ex Jugoslavia. Qualche tempo fa il balcanista Tim Judah, sull’Economist, ha sostenuto che nella regione si delinea da un po’ una chiara tendenza al riamalgama, definita dallo stesso Judah con un suggestivo neologismo, Jugosphere. A stimolarla è in primo luogo l’economia. Negli ultimi anni l’interscambio è cresciuto significativamente e di conseguenza è aumentata l’interdipendenza. La Serbia è il principale mercato dei prodotti bosniaci, la Croazia il secondo. Un terzo del volume di commercio transfrontaliero del Montenegro avviene con Belgrado, che a sua volta è il primo interlocutore, sempre quanto a scambi, della Macedonia.
La Jugosfera non è solo economia, però. Si ramifica anche verso altri settori, come ad esempio la cultura. L’Exit Festival di Novi Sad o il Sarajevo Film Festival sono ormai degli eventi regionali, il primo dedicato alla musica, il secondo al cinema, che richiamano gente da tutta l’ex Jugoslavia. Poi c’è la letteratura. Ultimamente, in tutti i Paesi della regione, il mercato librario si è “denazionalizzato” aprendosi anche a romanzieri e saggisti che raccontano di storie, culture e valori diversi dai propri e che erano stati bollati, in questi anni, come eretici. Esempio: qui a Sarajevo è nata una sorta di Amazon bosniaca, buybook.ba, che nel catalogo mette insieme, alla voce autori locali, scrittori serbi, bosniaci, macedoni, croati e montenegrini. Inimmaginabile, fino a ieri. Ciò è favorito dal serbo-croato, che malgrado dopo le guerre sia stato volutamente storpiato e straziato in senso nazionalista in ognuno dei Paesi partoriti dal crollo della Jugoslavia, resta comunque l’idioma comune dei popoli della regione. La lingua con cui tutti possono comunicare e intendersi.
Il commercio, la cultura, la lingua, quindi, ma anche cibo e bevande. Di cevapcici, polpettine di carne guarnite con cipolla e salse e infilate dentro un fagotto di pane cotto al forno, ci si sfama a Belgrado come a Pristina e Zagabria. E dopo i pasti un bicchierino di rackija, la rinomata grappa locale, non se lo nega quasi mai nessuno. Da Podgorica a Skopje, passando per Sarajevo. C’è da giurare che anche il maresciallo Tito, a pancia piena, se la scolasse.
* Nell’articolo originale, per un errore del sottoscritto, figura un “a quarant’anni dalla sua morte”, riferito a Tito. Gli anni sono trenta, ovviamente. Mi scuso per la bruttissima svista



[...] Nostalgicamente Tito (27 giugno 2010) A trent’anni dalla morte, avvenuta nel 1980, il maresciallo Josip Broz gode ancora di grande fama e ammirazione. Stesso discorso per la sua creatura, la Jugoslavia. A Belgrado e Sarajevo, sulle tracce del culto di Tito [...]