Adesso ad allarmare i “vecchi” europei ci sono il camionista bulgaro e, come dicono i leghisti, lo zingaro romeno. Ma prima di tutto venne l’idraulico polacco. Nel 2005 scrissi un pezzo per l’ormai defunto Diario, il cui archivio è stato riportato in vita da Dust (bel progetto), da cui attingo per ripubblicare l’articolo in questione e, strada facendo, qualche altro lavoro che ho fatto per Diario
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L'idraulico polacco sbanca a Parigi
Finalmente qualcuno è riuscito a fotografare l’idraulico polacco, l’uomo nero della nuova Europa a 25. Fino a oggi, di lui avevamo soltanto segnalazioni di cittadini preoccupati convinti di averlo visto aggirarsi presso le dogane della Polonia, pronto a emigrare in Francia, nel Regno Unito o in Germania per rubare il lavoro agli indigeni.
Invece basta andare sul sito dell’Ufficio turistico polacco di Parigi (www.tourisme.pologne.net) per ammirarlo nella home page in tutta la sua minacciosità: bello, biondo, muscoloso, con tanto di attrezzi del mestiere e tubi in mano. Dietro di lui un paesaggio bucolico di montagne e cascate che si suppone tipico della Polonia, su cui campeggia una scritta inequivocabile: «Io resto qui!». Più che il lavoro altrui, questo marcantonio uscito da un fotoromanzo sembra pronto a rubare i cuori delle turiste francesi che visiteranno il suo Paese. Insomma, dopo la tempesta del referendum sulla Costituzione europea, a Parigi c’è chi riesce a sdrammatizzare un po’. Ma l’argomento rimane comunque serio e dibattuto, dato che la prima ragione a sostegno del «no» è stata proprio la paura di un’invasione di manodopera a basso costo proveniente dai Paesi dell’Est europeo, di cui l’idraulico polacco è involontariamente diventato lo stereotipo.
Tutto iniziò con un olandese
Perché un idraulico e perché proprio di nazionalità polacca? Fu l’olandese Fritz Bolkestein, ex commissario europeo al Mercato interno, che nel gennaio 2004, in sede di presentazione della famosa direttiva recante il suo nome, illustrò come la liberalizzazione del mercato dei fornitori di servizi (non solo idraulici, quindi, ma anche imbianchini, elettricisti, meccanici) avrebbe efficientemente colmato la cronica assenza di manodopera in Paesi come la Francia dove, a detta dello stesso Bolkestein, «non si trova mai un idraulico disponibile».
Naturale che l’attenzione ricadesse sulla Polonia, lo Stato più popoloso dei dieci nuovi entrati (quasi 40 milioni di persone), con una storia di grande emigrazione alle spalle e con il tasso di disoccupazione più alto di tutta Europa: 19,4 per cento della forza lavoro, pari a tre milioni e 95 mila persone. Senza contare poi che il salario medio lordo di un impiegato è di 2.500 zloty al mese (poco più 600 euro), il cui potere reale di acquisto è sceso non di poco dopo l’allargamento a causa dell’Iva che, passata da un misero sette a un sostanzioso 22 per cento, ha spinto i prezzi verso l’alto.
I sondaggi condotti nei mesi precedenti l’allargamento, poi, non hanno certo aiutato a fugare il timore dell’«invasione polacca»: il 18 per cento della popolazione adulta – un polacco su cinque – dichiarava di voler andare a lavorare in uno dei Paesi dell’Unione, dopo l’ingresso di Varsavia nel club europeo. Meta preferita da più di un terzo degli intervistati risultava essere la vicina Germania, seguita da Regno Unito (17 per cento), Francia (8 per cento) e Italia (5 per cento).
Tutto ciò è bastato per stabilire pesanti restrizioni nei confronti della manodopera proveniente dai Paesi di recente adesione. E poco importa se la direttiva Bolkestein non è stata approvata. Attualmente solo Irlanda e Svezia hanno aperto completamente le porte ai lavoratori dell’Est. Gran Bretagna, Danimarca e Finlandia l’hanno fatto parzialmente, limitando loro la possibilità di usufruire delle prestazioni dello Stato sociale: per i primi due anni non avranno diritto all’assistenza pubblica integrale e saranno soggetti all’iscrizione obbligatoria in un apposito registro. Nella maggior parte degli altri Paesi dell’Unione, polacchi, slovacchi, cechi, sloveni, criprioti, maltesi, lituani, estoni e lettoni rimarranno extracomunitari nelle pratiche del lavoro almeno fino al 2006. Germania e Austria hanno allungato questo periodo di transizione di altri cinque anni.
Il perché lo spiega Ireneusz Kaminski, docente di diritto comunitario all’Università Jagellona di Cracovia: «In Germania, le restrizioni per i fornitori di servizi erano originariamente limitate alle imprese di pulizie e a quelle edili. Capitava spesso che una ditta polacca siglasse un contratto con un partner tedesco e mandasse i suoi dipendenti a lavorare in Germania, ovviamente con un salario ridotto. Ora il governo di Berlino ha deciso di combattere questa pratica e disseminare una serie di paletti per i fornitori di servizi dell’Est, dato che il basso costo della manodopera non aiuta a contrarre l’elevato tasso di disoccupazione».
«Comunque i lavoratori polacchi tendono a emigrare in Germania (350 mila presenze nel 2004, ndr) per la vicinanza geografica», rassicura Kaminski, «o nei Paesi che hanno liberalizzato il mercato del lavoro». La Francia, insomma, può stare tranquilla. Secondo una stima fatta dal governo francese, dal maggio 2004 a oggi avrebbero trovato lavoro in Francia circa ottomila cittadini polacchi, solo una minima parte di quelle 500 mila persone che hanno lasciato la Polonia nello stesso periodo. Mezzo milione di emigranti in poco più di un anno, tutti o quasi appartenenti alla categoria «manodopera specializzata». I numeri sembrano dare ragione alle Cassandre che predicano sventura e disoccupazione crescente nel caso in cui a Bruxelles si decida di attuare una direttiva come la Bolkestein. Ma – questa la domanda da un milione di euro – il popolo degli idraulici, imbianchini ed elettricisti polacchi sta davvero così male in patria da non desiderare altro che emigrare in Europa occidentale?
I numeri della crisi
Apparentemente no. Il terziario infatti è il settore che garantisce, con i suoi 3.500 zloty lordi al mese (875 euro circa, che detratte le tasse diventano poco più di 600), una busta paga più pesante rispetto al settore agricolo (2.540 zloty, 630 euro) e a quello industriale (2.590 zloty, 642 euro). Ma è anche il settore in cui la disoccupazione è più elevata. A fronte di sette milioni e mezzo di prestatori di manodopera qualificata, ci sono 962 mila polacchi che non riescono a trovare lavoro. In pratica un terzo dei disoccupati su tutto il territorio nazionale appartiene proprio ai servizi ed è a questo numero che le forze politiche più eurocritiche d’Europa guardano con ansia. In Francia, dove il tasso di disoccupazione fatica a scendere sotto al 10,2 per cento, tale timore si tramuta nella paura che un sistema economico già in difficoltà possa cedere alla tentazione della manodopera a basso costo.
Andrzej Gierek è uno dei famigerati idraulici polacchi, vive e lavora a Varsavia da più di dieci anni e di lasciare il suo Paese non ci pensa nemmeno: «E perché dovrei farlo? Il lavoro qui non manca, guadagno in media più di tremila zloty al mese (740 euro), che mi consentono di vivere abbastanza bene. In città ho il mio laboratorio, come potrei abbandonare tutto? E poi qui ho la mia famiglia. Certo, se fossi disoccupato, forse». Ma non tutti sono fortunati come Andrzej, che lavora nella ricca capitale. Nella regione di Lubelskie, la più povera d’Europa secondo Eurostat, le cose sono un po’ diverse. «Andare a lavorare all’estero è una cosa a cui penso da tempo», ammette Marek Szewczyk, giovane idraulico della periferia di Lublino. Lui non conosce né Bolkestein né la sua direttiva, ma sa che arrivare alla fine del mese qui, dove il lavoro scarseggia per tutti, è dura. «Andrei prima di tutto in Germania, come hanno fatto molti dei miei amici disoccupati, clandestinamente. Per un buon lavoro, anche in Italia o in Francia. Ma vorrei essere uno “regolare”, una persona che fa il suo lavoro senza rubarlo ad altri, è pagato come tutti e non deve vivere col timore di essere espulso perché senza permesso di lavoro».
Il settore dei servizi in Polonia ha cambiato fisionomia negli ultimi anni, soprattutto in seguito alla liberalizzazione dei mercati e alle privatizzazioni tuttora in corso. Se negli anni Novanta continuavano a dominare la scena le grandi aziende con migliaia di dipendenti come la Hydrobudowa, adesso il terziario è fatto di decine di migliaia di microimprese, composte quasi tutte da una o due persone che hanno a disposizione un piccolo laboratorio e un mezzo per spostarsi sul territorio. L’Ufficio centrale di statistica conta 37.500 imprese di idraulici, il 96 per cento delle quali ha meno di nove dipendenti. E la stessa tipologia dell’offerta si rileva tra gli elettricisti (42.185 aziende, il 98 per cento delle quali con meno di nove dipendenti) e tra gli imbianchini (15.960 microaziende). Troppi pesi minimi, insomma, per poter ipotizzare delocalizzazioni di massa negli Stati Ue, magari sotto la protezione del principio del Paese d’origine che la Bolkestein voleva introdurre (un fornitore di servizi è sottoposto alla legge del Paese in cui ha sede l’impresa e non a quella dove fornisce la prestazione). Ma non è da escludere l’ipotesi che possano chiudere bottega e trasferirsi direttamente in Francia o Germania.
Politici, sindacalisti e giornalisti concordano nel ritenere la storia dell’idraulico soltanto una grande esagerazione montata dai francesi per minare le basi di una Costituzione mai veramente voluta. «Una minaccia irrealistica», ribadisce Grzegorz Napieralski, segretario dell’Sld (Alleanza democratica di sinistra), «se i polacchi avessero voluto andare in Francia a lavorare, lo avrebbero già fatto». «Chi potrebbe alzare la voce», sostiene Konrad Sadurski, editorialista della Gazeta Wyborzca, «è la Gran Bretagna, dove l’emigrazione postallargamento è stata davvero massiccia. O l’Irlanda, la cui carenza strutturale di manodopera attira i polacchi come il canto delle sirene». Ma non la Francia. E nemmeno l’Italia. E neanche la Spagna, dove i polacchi sono impiegati come stagionali nelle piantagioni di fragole.
D’altra parte, però, non si può nascondere il fatto che l’Europa era stata presentata come la grande occasione per il Paese. Un’occasione fatta non soltanto di fondi strutturali e politiche di coesione, ma anche di un mercato del lavoro aperto e senza restrizioni. Fu lo stesso premier Leszek Miller che, per sostenere la sua scommessa targata Ue, parlò delle grandi opportunità di lavoro che si sarebbero create in Europa. Adesso quindi diventa difficile spiegare agli idraulici e agli elettricisti polacchi perché un italiano può andare a lavorare nel loro Paese quando vuole, con il solo requisito di una carta d’identità valida, mentre loro per lavorare in Italia hanno ancora bisogno di un permesso di soggiorno temporaneo e di passare attraverso le maglie della burocrazia europea.


