Pubblicato da Europa il 18 dicembre 2010
Da nord a sud, da est a ovest, è un fiorire di micro e macroregioni. Il Danubio e l’Adriatico come aree di dialogo tra Ue e Balcani
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Qualche tempo fa lo storico svedese Gunnar Wetterberg, intervenendo sulle colonne del Dagens Nyheter, importante quotidiano di Stoccolma, suggerì ai governi di Danimarca, Svezia, Finlandia, Norvegia e Islanda di confederarsi sotto le insegne simboliche della monarchia danese, facendo proprio il modello svizzero. L’unione, integrata da tre territori autonomi (Groenlandia, isole Faroer e isole Aland), emergerebbe come la decima economia mondiale e permetterebbe al quintetto – così scrisse Wetterberg – di schivare il rischio che la globalizzazione divori uno dietro l’altro i piccoli stati-nazione nordici.
La fusione non sarebbe neanche troppo difficile viste le affinità storiche, culturali, linguistiche e demografiche, sostenne lo studioso proponendo inoltre l’avvio di un processo di graduale cessione di sovranità a livello di politica estera e difesa, seguito dalla creazione di istituzioni comuni.
L’alleanza nordica
Fantapolitica? Neanche tanto, visto che da qui a breve, forse già dal prossimo aprile, quando i ministri degli esteri dei cinque paesi si riuniranno a Helsinki, potrebbe nascere una “alleanza nordica” che non sarà certo una confederazione, ma che è qualcosa di più intenso di una classica cooperazione regionale.
La piattaforma valoriale dell’alleanza è contenuta nel rapporto elaborato dall’ex ministro degli esteri e della difesa norvegese Thorvald Stoltenberg (padre dell’attuale primo ministro Jens), discusso durante i due precedenti vertici dei capi delle diplomazie nordiche, tenutisi a Oslo nel febbraio 2009 e a Reykjavik nel novembre scorso. Il documento insiste sul fatto che il progressivo scioglimento dei ghiacci artici pone sfide nuove, in termini energetici, ambientali e di sicurezza, che nessuno dei paesi della regione sarebbe capace di affrontare singolarmente. Tale considerazione, anche se genericamente formulata, rivela il timore che i paesi nordici, davanti a quella che sarà la futura “corsa all’Artico”, possano soccombere davanti alle tre potenze pronte a ingaggiare la lotta polare: Russia, America e Canada. Da qui l’idea di irrobustire la cooperazione tra eserciti, intelligence e guardie costiere, istituendo task-force integrate.
Sul piano militare il rapporto Stoltenberg esorta il quintetto a ratificare, in futuro, una “dichiarazione di solidarietà nordica” che disciplini il comportamento da tenere in caso di attacco o minaccia esterna subita da uno degli alleati. In altre parole, l’invito è replicare su piccola scala l’articolo 5 della carta Nato. Ma l’alleanza nordica, se si farà e se recepirà il rapporto Stoltenberg nella sua interezza, presenterà forme di complementarietà anche in altri campi: educazione, sanità, trasporti, commercio e addirittura strutture consolari e diplomatiche, con la creazione di comuni uffici di rappresentanza lì dove Danimarca, Svezia, Finlandia, Norvegia e Islanda non hanno apposite sedi.
La macroregione baltica
L’alleanza nordica, che peraltro, come chiarisce il rapporto Stoltenberg, rispetterà lo spirito europeo e s’adeguerà alle norme del Trattato di Lisbona, non costituisce un’eccezione nel panorama continentale. Il fatto è che emerge da più parti la propensione a creare noccioli duri di cooperazione, con caratteristiche transfrontaliere e regionali. L’anno scorso l’Unione europea ha ufficialmente riconosciuto la prima macroregione costituita all’interno del suo territorio: quella baltica. Il che conferma il ruolo di pioniere dell’aggregazione svolto dal versante settentrionale dell’Europa. Anche se c’è aggregazione e aggregazione. Tecnicamente, infatti, l’alleanza nordica è un’intesa contratta da nazioni sovrane, che non comporta l’approvazione e il riconoscimento delle istituzioni bruxellesi. Una macroregione europea, invece, ha una genesi interna all’Ue e una struttura non esclusivamente statuale, essendo – così la definisce la Commissione – “un’area che include territori appartenenti a diversi paesi o regioni, uniti da una o più sfide comuni”. In sostanza, gli interessi comuni dei contraenti devono avere ricadute sul piano locale.
Nel caso della macroregione baltica è l’elemento marittimo – protezione delle coste, tutela dell’ambiente litoraneo e marino, rafforzamento dei trasporti navali – a costituire il principale collante tra gli stakeholder, otto dei quali membri dell’Unione (Svezia, Danimarca, Finlandia, Germania, Polonia, Estonia, Lituania e Lettonia). Gli altri due soci sono la Norvegia e la Russia. L’una cooptata in quanto “contigua” ai valori europei, l’altra poiché si ritiene che la cooperazione macroregionale, che si estende anche a settori quali l’innovazione e il sostegno alle piccole e medie imprese, possa stimolare positivamente i rapporti tra Mosca e l’Ue nel suo insieme.
La macroregione baltica non è un’invenzione dell’ultima ora. La sua nascita, infatti, è l’atto finale di una serie di dinamiche cooperative sviluppatesi nel bacino del Baltico nel corso dell’ultimo decennio. La pietra miliare è stata la Northern Dimension, tenuta a battesimo nel ’99 con l’idea di identificare e promuovere, sulla base di un dialogo paritario, una gamma di interessi comuni tra Europa, Norvegia e Russia.
Coesione danubiana
A quella baltica s’affiancherà presto la macroregione danubiana. L’8 dicembre la Commissione ha approvato la Danube Strategy e ora s’attende che il Consiglio europeo vidimi la nascita della macroregione, le cui priorità saranno ambiente, energia, trasporti, sviluppo socio- economico, sicurezza e turismo. Quattordici i paesi che ne faranno parte. Otto sono membri dell’Ue (Germania, Repubblica ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria. Austria e Slovenia). Gli altri sei sono Serbia, Bosnia, Croazia, Montenegro, Ucraina e Moldova. L’auspicio, a riguardo dei soci balcanici dell’area danubiana, è che la cooperazione macroregionale faciliti il processo di adesione all’Ue. Quanto a Kiev e Chisinau, visto che il loro ingresso in Europa non rientra ancora in agenda, si tratta di creare le condizioni affinché le loro relazioni con Bruxelles si consolidino ulteriormente.
Una curiosità: Repubblica ceca, Slovenia, Montenegro e Bosnia saranno membri effettivi di questa macroregione, sebbene i loro territori non siano attraversati dal Danubio. Attraversati no, ma lambiti sì. Qui sta il punto. Perché il ragionamento della Commissione Ue poggia, giustamente, sull’idea che l’area danubiana, intesa come spazio di tradizioni, realtà, costumi e bisogni tra loro complementari, non si risolve esclusivamente lungo il corso del fiume.
Adriatico, ionico, mediterraneo
La prossima macroregione dovrebbe essere quella adriatico-ionica. È da tempo che Italia, Slovenia, Croazia, Albania, Bosnia, Serbia, Grecia e Montenegro, membri permanenti dell’Iniziativa adriatico-ionica, fanno cooperazione. Da due anni, poi, l’Iniziativa s’è dotata di un Segretariato permanente (il titolare è l’ambasciatore Alessandro Grafini, la sede è Ancona) allo scopo di coordinare ancora più efficacemente le attività legata ai quattro principali pilastri – ambiente, Pmi, trasporti e turismo – che cementano, nella cornice dell’Iniziativa, gli otto paesi rivieraschi. L’auspicio è che la macroregione diventi effettiva nel 2014. Alla stregua dell’area danubiana, anche il costituendo macronucleo adriatico-ionico accoppia alla dimensione interna (le attività rivierasche) una proiezione esterna e punta in questo senso a offrire ai cinque paesi ex jugoslavi attualmente membri dell’Iniziativa – con Serbia, Slovenia e Croazia che faranno da “cerniera” tra le macroregioni danubiana e adriatica – una importante piattaforma dialogo e cooperazione in vista del futuro ingresso in Europa. Baltico, Danubio e Adriatico-Ionico: sono questi, attualmente, i tre bacini che hanno portato, stanno portando o porteranno a forme di cooperazione allargate e rafforzate all’interno dell’Ue. Ma istanze macroregionali stanno emergendo anche nell’area mediterranea.
Tre le ipotesi in campo. La più suggestiva, ma anche la più complessa da realizzare, è quella di grande macroregione che facendo sue le esperienze del Processo di Barcellona e dell’Unione per il Mediterraneo lanciata da Sarkozy leghi il meridione europeo al settentrione africano e al Medio Oriente. In alternativa si parla di una macroregione del Mediterraneo occidentale e di “arco latino”. Si vedrà. Resta il fatto che le proposte dovranno avere una propria compiutezza, una certa concretezza e che non tutte risulteranno convincenti agli occhi della Commissione.
Fori di dialogo
La cooperazione, il dialogo e la coesione non si perseguono soltanto con lo schema macroregionale. L’Europa, a guardarla bene, è una grande area a cerchi concentrici, più o meno grandi, più o meno consolidati, all’interno dei quali stati, segmenti di stati, territori e regioni mettono in comune idee, risorse, obiettivi, sforzi, istanze. È il caso della Comunità di lavoro Alpe-Adria, fondata nel 1978, che associa tre regioni italiane (Veneto, Friuli e Lombardia), quattro Länder austriaci (Stiria, Carinzia, Burgenland e Austria superiore), due contee ungheresi (Vas e Baranya), Croazia e Slovenia, coprendo una superficie di 180mila chilometri quadrati, abbracciando una popolazione di 26 milioni di persone e promuovendo forme molteplici di partenariato.
Un’altra esperienza significativa è quella dell’Iniziativa centro-europea, che partendo da un’intesa siglata nell’89 da Italia, Austria, Ungheria e Jugoslavia – la cosiddetta “quadrangolare” – conta oggi diciotto membri e da strumento politico-diplomatico s’è tramutata in una macchina efficiente, capace di articolare programmi e azioni comuni in un’area che ricomprende i quadranti alpino, mitteleuropeo, carpatico e balcanico. Non finisce qui. Uno schema che ha avuto successo e che ha un’importante valenza storica è quello che aggrega Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia, meglio conosciuto come gruppo Visegrad, dal nome dalla cittadina magiara dove nel 1991 i capi di stato e di governo di Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia, allora ancora “una e bina”, decisero la creazione di una struttura permanente di cooperazione, per fare massa critica e incamminarsi tutti insieme verso l’Europa, così come tutti insieme ci si liberò nell’89 dal comunismo. Ancora. C’è il Benelux, con la sua longeva unione doganale e le sue istituzioni comuni (Segretariato, Parlamento e Corte di giustizia) che rientra di diritto nell’elenco delle grandi esperienze europee di collaborazione e solidarietà regionali. Ma c’è anche il Regional Cooperation Centre per il sudest europeo, con sede a Sarajevo, che gestisce e implementa una svariata serie di azioni comuni che coinvolgono i paesi dell’ex Jugoslavia. Che saranno divisi e litigiosi, ma che sanno anche convergere, quando in ballo c’è qualcosa di importante come la prospettiva europea.
Macroregioni, microregioni, comunità, iniziative, alleanze e unioni: adesso è tutto un fiorire di identità molteplici all’interno di un singolo grande spazio europeo. E pluribus unum, come si diceva molto tempo fa.


