Pubblicato da Europa il 7 luglio 2011
Primo viaggio ufficiale del presidente serbo a Sarajevo. Primo incontro di alto livello, sempre a Sarajevo, dalla fine della guerra, tra i vertici istituzionali dei due paesi. L’ennesima prova che, lentamente, la pace fredda balcanica si sta sciogliendo
———
Il viaggio ufficiale di Boris Tadic a Sarajevo, avvenuto ieri, costituisce un fatto storico, nel lungo dopoguerra balcanico. È la prima volta dalla fine del conflitto che Serbia e Bosnia tengono infatti un incontro bilaterale a livello di presidenze nella capitale bosniaca.
Tadic, giunto ieri mattina a Sarajevo, che peraltro è la sua città natale, ha incontrato i rappresentanti della presidenza tripartita bosniaca: il serbo Nebosja Radmanovic, il croato Zeljko Komsic e il musulmano Bakir Izetbegovic. S’è principalmente discusso di integrazione europea e cooperazione regionale, tema su cui Bruxelles preme con insistenza.
È indicativo, a questo proposito, che nel corso della giornata Tadic abbia incontrato Hido Biscevic, segretario generale del Regional Cooperation Council, l’agenzia incaricata di potenziare le relazioni tra gli stati dell’oltre Adriatico. L’agenda sarajevese ha inoltre previsto un colloquio con il primo ministro Nikola Spiric, una passerella nel centro storico e il conferimento di una medaglia da parte del Movimento europeo della Bosnia.
La visita di Tadic a Sarajevo non risolve i complessi rapporti tra i due paesi, fondamentalmente originati dai retaggi di guerra e avvelenati negli ultimi tempi dagli arresti dell’ex politico bosniacomusulmano Ejup Ganic e di Jovan Divjak, il generale serbo che difese Sarajevo, fermati rispettivamente a Londra e Vienna, nel 2010 e nel marzo di quest’anno, sulla base di un mandato di cattura internazionale emesso da Belgrado in relazione a presunti crimini commessi all’epoca della guerra contro militari serbi. Ganic è stato rilasciato, dal momento che le autorità britanniche hanno rifiutato l’estradizione in Serbia. Anche le autorità viennesi dovrebbero, a quanto pare, seguire la stessa procedura nei confronti di Divjak.
È però chiaro che la sortita di Boris Tadic a Sarajevo può andare oltre il lato simbolico e favorire dialogo e normalizzazione, spezzando contemporaneamente la tendenza storica, da parte di Belgrado, a relazionarsi con una sola parte di Bosnia: la Republika Srpska (Rs), l’entità serba del paese, “coccolata” a distanza dalla madrepatria.
È che Tadic sa che l’appoggio emotivo e politico accordato a Milorad Dodik, uomo forte della Rs, non è più sostenibile, dal momento che lo stesso Dodik, con le sue periodiche pulsioni separatiste, è la principale causa – non l’unica comunque – dello stallo politico che la Bosnia sconta da anni. Il rapporto speciale tra Belgrado e Banja Luka (la capitale dei serbi di Bosnia) va dunque alleggerito, in quanto rischia di frenare la marcia di Belgrado verso l’Europa, ancora lunga, ma meno irta che in passato.
L’impressione è che Tadic, tra l’Europa e la “causa serba”, abbia scelto la prima. La visita a Sarajevo, insieme alla cattura dei criminali di guerra, alle visite private a Srebrenica e Vukovar nel 2010, senza contare il recente accordo con il Kosovo – il primo dall’indipendenza di Pristina – su libera circolazione, registri civili e riconoscimento dei titoli scolastici, non fa che confermarlo.



