Pubblicato da Europa il 2 settembre 2011
Dai gulag a Montecassino, la storia dei soldati che combatterono in Italia. Una vicenda poco conosciuta della campagna d’Italia. Secondo di due articoli. Qui la prima puntata.
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La liberazione di Ancona
Il II Corpo d’Armata polacco era più che un esercito. Era una Polonia itinerante. Ovunque si spostasse venivano aperte scuole, fondati giornali e promosse attività culturali. Tra il 1941 e il 1945 i soldati e le migliaia di civili – sì, c’erano anche loro – al seguito del Corpo vissero e pensarono alla polacca, coltivando la speranza di tornare, finita la guerra, a casa. Il legame con la propria terra, intriso di una sincera e fervente fede cattolica, si mantenne forte, lungo ogni tappa del loro lungo viaggio.
Ebbene il viaggio, com’abbiamo visto, registrò l’arrivo in Persia, dopo la liberazione dai gulag e una prima fase di addestramento nell’Urss, decisamente tribolata. In Persia gli uomini del generale Anders passarono sotto la responsabilità britannica e da lì vennero inviati nel Kurdistan iracheno, dove l’esercito polacco in Oriente – così fino a quel momento denominato – fu riorganizzano in corpo d’armata. La scelta, di natura tattica, fu presa in vista dell’impiego sul fronte occidentale e arrivò dopo l’ispezione alle truppe, datata luglio 1943, del capo delle forze armate e del governo in esilio a Londra, generale Wladyslaw Sikorski. Costui morirà tragicamente sulla via del ritorno. Il suo aereo, dopo uno scalo a Gibilterra, s’inabisserà nel Mediterraneo.
Quell’episodio, insieme alla scoperta delle fosse di Katyn, avvenuta giusto poco prima, scosse profondamente i soldati.
Senza comunque intaccare la loro volontà di combattere, in nome di quella causa nazionale che lo stesso Sikorski, personaggio carismatico, aveva tenuto viva anche dopo la spartizione nazi-sovietica del 1939. Sua era stata la decisione di costituire il II, come il I Corpo d’Armata, formato dai soldati fuggiti dai distretti invasi dai tedeschi e schierato in Normandia. «Sikorski riteneva che, con l’impegno militare, la Polonia avrebbe potuto rifiorire come nazione libera. Possibilmente riscattando i territori orientali del paese, occupati dall’Urss. Il generale aveva del resto incalzato gli anglo-americani più volte, sulla questione», asserisce lo storico Giuseppe Campana. La Guerra fredda vanificherà tale strategia. Ma questa è un’altra faccenda. Torniamo al II Corpo d’Armata.
In Iraq i soldati polacchi proseguono l’addestramento e recuperano progressivamente le forze, dopo l’internamento nell’Urss. Poi, nell’agosto 1943, il trasferimento in Palestina, dove l’epopea polacca genera un’altra epopea: 3mila soldati ebrei disertano e vanno a costituire il nerbo delle milizie che, cinque anni più tardi, avrebbero sconfitto gli arabi e fondato Israele.
Nell’ottobre l’ultimo spostamento: dall’Egitto, dove i polacchi arrivarono dalla Palestina, si va a Taranto, via mare. In Italia il Corpo è inquadrato nell’VIII Armata britannica. Dopo una fase di pattugliamento in Val di Sangro scocca l’ora della battaglia. Anders viene incaricato di sferrare l’attacco a Montecassino. Il comandante del II Corpo sa che l’offensiva è ardua (le precedenti fallirono tutte) e che costerà la vita a molti dei suoi. Tuttavia è conscio che la terra promessa polacca impone il sacrificio. “Per la nostra e la vostra libertà”: il motto dei soldati polacchi è quanto mai calzante.
Anche la truppa non intende tirarsi indietro. «Eravamo motivati. Volevamo prenderci una rivincita sui tedeschi e smascherare le menzogne dei russi, secondo i quali noi polacchi eravamo pavidi », riferisce Wojciech Narebski, reduce del II Corpo. I soldati diedero tutto. Diedero tutto e vinsero. Il 18 maggio 1944, sull’abbazia, sventolava la bandiera polacca. Intorno, le macerie. «Non ricordo se abbiamo dormito, quando e dove; nemmeno se abbiamo mangiato (…) C’erano i morti, i feriti (…) ma la tensione era tale che nulla avrebbe potuto distoglierci da quello che dovevamo fare». Questi i ricordi di Mieczyslaw Rasiej, anch’egli reduce del II Corpo, stabilitosi a Torino alla fine del conflitto e scomparso nel 2007. Le sue memorie, insieme a quelle di altri veterani rimasti in Italia dopo il 1945 sono raccolte in un volume di grande spessore e dal titolo inequivocabile (Per la nostra e la vostra libertà), edito dalla Fondazione Romana Marchesa Umiastowska, presieduta da Stanislaw Morawski.
Da Montecassino al versante Adriatico. I polacchi liberarono Ancona. Azione importantissima, questa. Sia perché Anders, svincolato dall’VIII Armata britannica, elaborò l’attacco in piena autonomia organizzativa. Sia perché il porto dorico diverrà fondamentale in termini di approvvigionamenti. Dopo Ancona, ancora in marcia e ancora battaglie. A Senigallia, Pesaro e in Romagna, dove i polacchi – fatto denso di significato simbolico – liberano Predappio e sul libro-visite della casa museo del Duce scrivono «noi non siamo stati liquidati, perché noi siamo qui», dato che, rammenta Narebski, «nel ’39 Mussolini disse sprezzante che la Polonia, appunto, era stata liquidata». L’ultimo sforzo fu la liberazione di Bologna, con i polacchi primi a entrare in città.
Al lieto fine della guerra non seguì però il lieto fine dalla lunga marcia del II Corpo. Varsavia entrò nell’orbita di Mosca, che inglobò i territori polacchi occupati nel 1939. Memori delle razzie sovietiche e della prigionia siberiana, i soldati di Anders scelsero di non fare rientro a casa. Soltanto 14mila, tra loro, tornarono in patria.
La vita dei reduci, durante la Guerra fredda, prende la forma dell’esilio. Fisico e morale. La classe dirigente filosovietica – ovvie le ragioni – bandì brutalmente le loro gesta. Mentre in Italia, dove rimasero di stanza fino all’autunno 1946, il loro risentimento nei confronti dell’Urss, più che legittimo visto quanto successo, venne bollato dal Pci, anche qui inevitabilmente, complici le divisioni tra i campi, come un’espressione di clerico-fascismo. La loro vicenda, inoltre, venne asfaltata dal mito della Resistenza. A lungo. Oggi che la Guerra fredda è terminata si può parlare senza filtri ideologici, finalmente, di quei soldati venuti da lontano che combatterono in Italia. Alcuni sono sepolti nei quattro cimiteri militari polacchi di Montecassino, Loreto, Bologna e Casamassima. Altri sono morti senza mai più tornare in Polonia. Qualcuno, vissuto più a lungo, è riuscito a vedere il proprio paese tornare all’indipendenza, nell’89. Tutti hanno combattuto per la nostra e la loro libertà.



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la Repubblica italiana era nata dopo la guerra’ , tenuta in fascie e protetta anche dai soldati del Generale Anders, dislocati in tutta la penisola ,a vigilare sulla nostra giovane democrazia,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,cordiali saluti ,Massimo