Pubblicato da Europa il 17 gennaio 2012
Il viceministro lascia dopo la riforma sanitaria. Cinque giorni di proteste di piazza contro le misure austere del governo. Domenica guerriglia urbana.
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Raed Arafat (ziarelive.ro)
Ecco un’altra bomba a Est. Stavolta, dopo l’Ungheria, è la Romania che balza agli onori delle cronache internazionali. Domenica sera, nella capitale Bucarest, c’è stata una vera e propria guerriglia urbana, che ha trasformato le manifestazioni contro il governo e le misure d’austerità da esso varate – ieri il quinto giorno consecutivo di proteste – in un pandemonio. Il bollettino riporta sessanta feriti (tra cui quattro agenti di polizia), ventinove arrestati, vetrine sfondate, auto sfasciate, sassaiole.
Secondo le ricostruzioni, a dare il via alle ostilità sarebbero stati gli hooligan di Dinamo e Steaua Bucarest, le due principali squadre di calcio della città, buttatisi a capofitto nella mischia. Hanno voluto dire la loro, così si va affermando, su una nuova legge che vieta di introdurre materiali pirotecnici negli stadi.
Altri, invece, sono dell’avviso che tutto è opera di infiltrati e che il governo ha voluto il caos per riaffermare la sua autorità, incrinata dai sondaggi. Ieri le forze dell’ordine hanno aperto fascicoli nei confronti di duecentocinquanta persone che domenica si sarebbero rese protagoniste di condotte illegali. Sempre ieri il primo ministro conservatore, Emil Boc, nel momento in cui i romeni sono tornati a occupare la piazza, ha ammonito: «La violenza nelle strade non verrà tollerata». Il capo del governo, ricorrendo anche alla carota, ha però precisato che la tanto contestata riforma del sistema sanitario, tema che tiene banco in questo periodo, verrà rimodulata. Già, la riforma della sanità. È la questione da cui tutto ha origine. È da qui, dunque, che bisogna partire.
Il pacchetto sulla sanità prevede, tra le altre cose, l’ingresso dei privati nel settore. Il che ha fatto sobbalzare dalla sua poltrona di viceministro della sanità Raed Arafat, siriano naturalizzato romeno che nei primi anni ’90 ha fondato il Serviciul Mobil de Urgenta, Reanimare si Descarcerare (Smurd), allo scopo di affiancare, nella città transilvana di Targu Mures, le disastrate istituzioni ospedaliere e il servizio, anch’esso disastrato, delle ambulanze. Con il tempo lo Smurd è cresciuto, s’è allargato agli altri centri del paese, è stato riconosciuto come servizio nazionale complementare di emergenza e ha dato prestigio al suo fondatore, che dal 2009 ricopre la carica di viceministro. Dalla quale s’è dimesso il 10 gennaio, protestando contro la riforma, che a suo modo di vedere danneggia la missione – oppure il monopolio?, si domanda qualcuno – della sua creatura.
Qui torniamo ai fatti recenti. Dopo le dimissioni di Arafat si sono registrate in numerose città del paese, a partire da giovedì, alcune manifestazioni spontanee, in cui s’è espressa inizialmente piena solidarietà con il medico, stimato da centinaia di migliaia di romeni. Le dimostrazioni, però, hanno preso quasi subito un’altra piega. Sono stati contestati, infatti, il governo e il presidente della repubblica Traian Basescu, numero uno del Partito democratico liberale (la stessa formazione del primo ministro), considerato da tutti, senza alcuna eccezione, il “padrone” del paese.
A dare linfa alle proteste sono state, oltre alla riforma sanitaria, che rischia di restringere l’accesso ai servizi, tutti gli altri provvedimenti di austerity messi in cantiere negli ultimi tempi. Il fatto è che la Romania, severamente colpita dalla crisi, ha ricevuto nel 2009 un prestito da venti miliardi di euro dal Fondo monetario internazionale e deve – questo prevedono le clausole del negoziato – alleggerire debito e spesa pubblica. È così che i salari dei dipendenti statali sono stati ridotti del venticinque per cento, mentre le tasse sono aumentate. Il “caso Arafat” è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. È stato il pretesto che ha portato i romeni a sputare fuori la loro frustrazione. Il potere è finito nel mirino, manco a dirlo. Come in Grecia, come in Ungheria.
Quelle dei giorni scorsi sono state tra le manifestazioni popolari più importanti dalla rivoluzione del 1989, che detronizzò Nicolae Ceausescu. Qualcuno ha tracciato pure il parallelo. Con le dovute cautele, comunque.
Ieri si chiedevano le dimissioni di un satrapo; oggi si contesta un presidente, in carica dal 2004, che secondo i più ha polarizzato eccessivamente la vita pubblica e che ha un atteggiamento troppo muscolare e decisionista. Ieri, come ha ricordato Mihaela Iordache sull’Osservatorio Balcani e Caucaso, si scendeva in piazza solidarizzando con il pastore riformato della minoranza ungherese Laszlo Tokes (perseguitato dal regime); oggi si difende un cittadino di origini siriane, fondatore di un’organizzazione di soccorso medico.
Ci si chiede cosa succederà nei prossimi giorni. Ci si chiede se la pressione popolare continuerà, giungendo a minacciare la tenuta dell’esecutivo. Oppure se Basescu e Boc studieranno contromosse efficaci (la riscrittura della riforma sanitaria potrebbe blandire la folla?) e riusciranno a far capire che tagli e sacrifici sono purtroppo inevitabili, magari spiegandolo meglio di quanto fatto finora. Dipenderà anche da come l’opposizione riuscirà a cavalcare la protesta. Crin Antonescu, il leader del Partito nazionale liberale (seconda forza dell’opposizione dopo i socialdemocratici), chiede le elezioni anticipate e ha già dato ai suoi le consegne: unitevi ai manifestanti e fatevi sentire, tenendovi però lontani dai facinorosi.



Credo che sarebbe giusto parlare anche dell opposizione liberale e socialdemocratica che attraverso un giovane dirigente Victor Ponta sta
mettendo alle strette il governo ed il presidente Basescu. Proprio in questi giorni si raccolgono le firme per destituirlo.
ci proveremo, giuliano
[...] “consiglio” del Fmi, prevede l’ingresso di privati nel settore. Come suggerito da Matteo Tacconi, Arafat si è dimesso in protesta di una legge che andrebbe a toccare il suo Smurd, nel frattempo [...]