Pubblicato da Europa il 20 marzo 2012
Tre fazioni si contendono il favore di Putin per i ministeri chiave.
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(wwww.kremlin.ru)
La vittoria netta ottenuta da Putin alle presidenziali ha fiaccato il morale dell’opposizione, peraltro divisa al suo interno. La piazza si sta svuotando (anche se la protesta ha lasciato e lascerà segni evidenti nel sistema politico). Le luci dei riflettori, ora, si spostano sul palazzo. Sono infatti in corso serrate trattative in vista della formazione del nuovo governo, che sarà con ogni probabilità presieduto da Dmitrij Medvedev.
Le diverse fazioni dell’establishment, riferiscono gli analisti, stanno cercando di assicurarsi quante più poltrone possibili e di arginare, al tempo stesso, gli spazi di manovra dei rivali. Tre – secondo quanto riporta il giornalista di Radio Free Europe Brian Whitmore, riprendendo un’analisi del quotidiano Vedomosti – le correnti impegnate nella tenzone. Capeggiate da altrettanti vice primi ministri.
La prima, quella dei tecnocrati, ruota attorno a Igor Shuvalov. L’agenda verte sulla modernizzazione e sulla necessità di snellire l’industria di stato attraverso processi di privatizzazione, in linea con le proposte propugnate da Medvedev, membro influente di questa cerchia.
La seconda fazione è capitanata dal falco Igor Sechin, anch’egli vice primo ministro dal 2008. Sechin, che presiede il board della corazzata petrolifera Rosneft e che è stato il capo dell’amministrazione presidenziale durante i due primi mandati di Putin, si oppone all’agenda liberale e predica una politica incentrata, come in passato, sull’economia di stato.
Infine, la terza fazione, guidata da Dmitrij Rogozin, ex inviato speciale presso la Nato, dal 2011 vice primo ministro con delega alla difesa. Questo gruppo, considerato una novità, non ha una precisa identità. Non è né liberale, né statalista. È però fortemente nazionalista, accanitamente anti-americano e testardamente putiniano.
Chi saranno gli uomini del presidente? Difficile fare pronostici. Però ci sono degli indizi. Primo: la retorica anti-occidentale esibita da Putin in campagna elettorale lascerebbe intendere che i rogoziniani potrebbero scalare le gerarchie, vestendo i panni dei legionari di Vladimir Vladimirovich, blindandone il profilo da leader nazionale e facilitandone la mediazione tra la fazione tecnocratica e quella dei falchi. Tra queste due la prima potrebbe uscire potenziata. La stampa russa, infatti, scrive che Sechin, non troppo gradito a Medvedev e ai liberali, verrà estromesso dalla giunta. Parimenti, le voci su una possibile privatizzazione degli asset di Gazprom indicherebbero che il grande capo stia pensando a fare proprie alcune delle ricette deiciviliki.
Ma ci sono altre variabili. Una è legata all’ex ministro dell’economia, Alexej Kudrin, uno dei pochi che può permettersi di essere ascoltato in ogni momento da Putin, si sta spostando dalla parte dei modernizzatori, ma al contempo ha un rapporto tutt’altro che buono con Medvedev. Le sue prossime mosse vanno lette con grande attenzione: potrebbero scoprire le carte.
L’altra variabile è rappresentata da Vladislav Surkov, recentemente defilatosi. Già ideologo del putinismo, Surkov, in questi quattro anni, ha messo il timbro sulle campagne liberali di Medvedev e quest’ultimo vuole affidargli l’incarico di capo di gabinetto. Putin è contrario: in quella posizione preferirebbe un personaggio di secondo piano, che non dia troppo fastidio. Il rischio è che gli equilibri si spostino troppo a favore dei liberali.


