Pubblicato da Europa il 5 aprile 2012
Il capo dello stato serbo si dimette e convoca le presidenziali il 6 maggio, stesso giorno delle politiche. L’obiettivo è sfruttare al massimo, in chiave elettorale, i recenti progressi ottenuti sul fronte dell’integrazione europea.
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(www.dw.de)
Alla fine Boris Tadic ha effettuato la scelta più logica: dimettersi e convocare le presidenziali nello stesso giorno, il 6 maggio, in cui si terranno le legislative. La notizia, giunta ieri, era nell’aria. In settimana la stampa di Belgrado aveva riferito che il capo dello stato serbo, in carica dal 2004, era pronto all’annuncio, dopo che, nella valutazione tra i pro e i contro di tale scelta, avevano prevalso i primi.
Il motivo è chiaro: Tadic spera di sfruttare a proprio vantaggio il recente successo ottenuto in chiave europea. Lo scorso marzo, infatti, Bruxelles ha conferito alla Serbia il rango di paese candidato all’adesione e i sondaggi degli ultimi tempi stanno a indicare che lo scatto in avanti ha premiato, in termini di consensi. Il sito Balkan Insight riferisce che, sulla base delle ultime rilevazioni, il capo dello stato uscente sarebbe avanti di sette punti percentuali (40,9 a 33,4) su Tomislav Nikolic, numero uno del Partito progressista – la principale formazione conservatrice – e sicuro candidato. Se Tadic avesse aspettato lo spirare del mandato, tra nove mesi, la situazione avrebbe potuto ribaltarsi.
Il punto è che i negoziati con Bruxelles sono legati alla questione del Kosovo, con l’Ue che chiede alla Serbia di sbaraccare le cosiddette istituzioni parallele (scuole, pubblica amministrazione, moneta, polizia) nel versante settentrionale dell’ex provincia, a maggioranza serba, che privano Pristina della sovranità su una fetta del suo territorio. Tadic – questo forse il suo ragionamento – avrà pensato che gestire la faccenda da qui alla fine del mandato, sacrificando il Kosovo sull’altare dell’Europa, avrebbe potuto danneggiarlo al punto da fargli perdere la sfida con Nikolic, già vinta nel 2008, all’ultimo tuffo (andò sotto al primo turno e vinse il ballottaggio con il 50,31).
Insomma, meglio assicurarsi la terza rielezione sulla scorta dei progressi in ambito europeo e poi soddisfare le pretese dei 27, anche se nella maniera meno traumatica possibile, visto che la perdita del Kosovo è, vista con gli occhi dei serbi, una vicenda legittimamente dolorosa. Anche a livello parlamentare si dovrebbe assistere allo stesso copione. Il Partito democratico di Tadic, i socialisti e i liberali del G-17 Plus (confluiti nel 2010 nel partito Regioni unite della Serbia) potrebbero riconfermarsi alla guida del paese, rintuzzando, proprio grazie al fattore europeo, l’insidia portata dai progressisti e delle altre formazioni conservatrici. Ci sono comunque delle incognite.
La prima dipende dal fatto che, con ogni probabilità, il partito di Nikolic otterrà la maggioranza relativa dei voti (l’ultimo poll gli assegna il 33,2 per cento; i democratici si assestano al 29,1) e almeno all’inizio avrà l’iniziativa. Tuttavia il potere negoziale dei progressisti, avvertono gli analisti, è limitato. Potrebbero sperare soltanto nella piroetta dei socialisti, che anche questa volta faranno da ago della bilancia. Ipotesi remotissima. Ivica Dacic, capo dei socialisti, sa benissimo che il ruolo di socio minoritario del governo filo-europeo uscente ha giovato incredibilmente all’immagine del partito, non più considerato, ormai, come un mero ricettacolo di nipotini di Milosevic.
La seconda incognita riguarda proprio Dacic e la sua possibile candidatura alla presidenziali. In questo caso Dacic, popolarissimo ministro degli interni, attaccherebbe senza tregua Tadic e questo potrebbe avere ricadute sulle politiche e sulle prossime alchimie parlamentari.


