Pubblicato da Europa il 17 maggio 2012
Inizia il processo all’ex capo dell’esercito serbo-bosniaco, ritenuto il responsabile della strage di Srebrenica, il borgo dove nel luglio 1995 furono uccisi ottomila bosniaci di etnia musulmana di sesso maschile. La strategia dell’imputato: provocare e intenerire i togati con le sue precarie condizioni di salute. Resoconto vero e immaginario del primo anno di prigionia del generale.
(foto Filip de Smet - www.filipdesmet.eu)
Ha incrociato lo sguardo di Munira Subasic – ventidue parenti morti a Srebrenica nel luglio 1995 – e ha passato la mano sotto la gola, riferiscono le cronache. È così, con questo gesto di sfida e disprezzo verso la donna e gli altri parenti delle vittime di Srebrenica presenti in aula, che ieri Ratko Mladic ha timbrato l’inizio del processo a suo carico, amministrato dal Tribunale internazionale dell’Aja per i crimini nell’ex Jugoslavia.
Rischia l’ergastolo e deve rispondere di undici imputazioni. Lo scorso giugno, alla sua prima apparizione davanti ai togati, aveva scelto la stessa strategia provocatoria. «Non ho paura né dei giornalisti, né del pubblico, di qualunque nazionalità sia», affermò tracotante voltandosi verso le donne e i sopravvissuti di Srebrenica, il borgo dove i membri dell’esercito serbo-bosniaco trucidarono ottomila musulmani di sesso maschile, tra adulti e ragazzi.
Arrogante, cattivo. Ma questa è solo una delle facce che l’ex capo dell’esercito serbo-bosniaco ha finora esibito e che esibirà nei prossimi tre anni (tanto dovrebbe durare il processo), prima di beccarsi il probabile ergastolo. Il fatto è che Mladic, catturato nel maggio 2011 dopo una lunga latitanza, ha alternato nelle udienze preliminari la strafottenza alla sottolineatura della sua stanchezza, fisica e esistenziale. «Sono vecchio, vicino alla mia fine», ha detto in un’occasione. «Sono troppo malato, non riesco a capire bene ciò che mi chiedete. Abbiate pazienza», ha spiegato in un’altra.
È tutta una farsa o è la solita banalità del male? Forse più la prima. Però i libri di Tolstoj e le fragole che Mladic chiese ai responsabili del carcere serbo in cui fu rinchiuso prima del trasferimento all’Aja direbbero che c’è pure un tocco della seconda.
Chissà se ha espresso gli stessi desideri alle guardie penitenziarie olandesi. Chissà che rapporti intrattiene con gli altri carcerati ex jugoslavi. Corre voce, stando ai racconti di chi è stato rinchiuso all’Aja e poi scagionato da ogni accusa, che si crei una strana forma di solidarietà tra gente che s’era sparata addosso e odiata. Slobodan Milosevic, a quanto pare, prestò un maglione al generale croato Ante Gotovina, sbattuto dentro, tutto infreddolito, con la camicia estiva che aveva indosso quando lo presero alle Canarie. Forse Mladic discute con i vecchi nemici, dopo qualche lettura colta, lamentandosi della sua salute. Giusto prima di andare in aula e ringhiare alla gente di Srebrenica.




[...] Lo Mladic bifronte dell’Aja La cronaca del processo al generale serbo-bosniaco, in corso in Olanda. Pubblicato da Europa il 17 maggio 2012. CondividiEmailStampaFacebookTwitterDiggStumbleUponReddit [...]