Il neo presidente si limita a definire “crimine di guerra” il massacro bosniaco. Le sue dichiarazioni non devono stupire, però. La classe politica serba non è riuscita a recitare a fondo il mea culpa e persino Boris Tadic ha sempre evitato di scomodare la parola con cui non si può non definire il più grave eccidio del secondo ’900 europeo. Più sorprendenti sono invece le parole spese su Vukovar, la città martire dei croati, distrutta dagli assedianti serbi nel 1991. Per Nikolic è una città serba.
(Nella foto di Filip de Smet le commemorazioni della strage, nel 2005)
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Nei giorni scorsi ha detto che “a Srebrenica non c’è stato genocidio” e che quei serbi che si sono resi responsabili di quel “grande crimine” vanno processati e condannati. Le parole del nuovo presidente serbo, Tomislav Nikolic, hanno lasciato allibiti i giornali. Almeno a giudicare dai titoli e dalle cronache, abbastanza rapide, dedicate all’argomento. S’è sottolineato il negazionismo del capo dello stato. Giustamente. Tuttavia l’uscita non deve stupire. Era scontata.
Il fatto è che non c’è una sola forza politica serba, con la sola eccezione dei liberal-democratici di Cedomir Jovanovic, che riconosce all’eccidio di Srebrenica il rango che non gli si può non riconoscere: quello di genocidio. La classe dirigente post-Milosevic non è riuscita a fare una sana ecologia della memoria e non si può certo pretendere che a farlo sia Nikolic, che vanta un background da fanatico del nazionalismo spinto professato da Vojislav Seselj, sotto processo all’Aja per crimini di guerra, di cui Nikolic, prima di convertirsi alla causa europeista, è stato a lungo il delfino.
Non ci si poteva aspettare troppo, da Nikolic, se nemmeno Boris Tadic è riuscito a superare il complesso di Srebrenica. L’ex presidente, sconfitto al ballottaggio del 20 maggio scorso, si recò a Srebrenica nel 2010, quindicesimo anniversario della strage, costata la vita a più di ottomila bosniaci di etnia musulmana, compiuta dagli uomini di Ratko Mladic. Nessuno prima di lui l’aveva fatto. Gesto apprezzabile, dunque. Com’è stata apprezzabile la risoluzione parlamentare, promossa proprio da Tadic, di condanna a Srebrenica. Anche in questo caso s’è assistito a una prima. Ma Tadic non è riuscito a operare la grande rottura. Perché nel testo licenziato dall’assemblea di Belgrado manca proprio la parola giusta: non si parla infatti di genocidio, ma di crimine.
Tornando al punto di partenza, viene allora da chiedersi perché le parole di Nikolic hanno suscitato tutto questo stupore. Era elementare che si pronunciasse così, sulla più grande carneficina dolosa del secondo ’900 europeo. Era immaginabile, inoltre, che annunciasse che non intende recarsi sul luogo del delitto, come fece due anni fa Tadic, anch’egli in forte ritardo sulla memoria, ma quanto meno disposto a offrire dei segnali importanti.
Uno fu la visita a Vukovar, compiuta insieme al presidente croato Ivo Josipovic nel novembre del 2010. Nella città croata l’assedio serbo provocò, nel 1991, migliaia di vittime, colonne di profughi e devastazioni. Fu una Sarajevo in anticipo e Tadic ha avuto il coraggio di ammettere i crimini dei suoi connazionali, riconoscendo che a Vukovar accadde qualcosa di tremendo. Ebbene, forse è qui che le differenze con Nikolic diventano notevoli. Perché – ma questo è sfuggito a una larga parte della stampa italiana – Nikolic in questi giorni ha parlato anche di Vukovar, dicendo l’indicibile. “Toma” ha definito Vukovar è una città serba, nel corso di un’intervista con la Frankfurter Allgemeine Zeitung. Una bestialità che potrebbe avere delle conseguenze sui rapporti con Zagabria, che s’era detta pronta a cooperare con il neo presidente (con Tadic le relazioni erano state molto buone), riservandosi però il diritto di valutare le azioni.




Dai conflitti nazionalistici nei Balcani è scoppiata la prima guerra mondiale. L’incessante egocentrismo serbo è pura arroganza a mio parere, e questo nuovo presidente non gioverà sicuramente alla politica dei paesi slavi.