In Serbia si profila un governo tra i socialisti di Ivica Dacic (oggi incaricato di formare l’esecutivo) e i progressisti di Tomislav Nikolic. Tra i nipotini di Milosevic e gli ex ultranazionalisti, in altre parole. Una soluzione che sorprende ma che non rappresenta il tanto temuto “ritorno al passato”. Ecco perché.
(Nella foto, la confluenza tra Sava e Danubio – Belgrado, febbraio 2010)
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Alla fine quello che stupisce non è che Ivica Dacic farà il primo ministro. L’ottima performance elettorale del suo Partito socialista, l’attuale ago della bilancia del sistema politico serbo, gli ha fornito i numeri e lo spazio di manovra giusti per ottenere l’ambita poltrona (qui avevamo preventivato la cosa), ufficializzata proprio oggi, quando Dadic ha ricevuto l’incarico dal neo presidente Tomislav Nikolic, ex pretoriano dell’ultranazionalismo conservitosi da qualche anno al conservatorismo e all’europeismo.
Quello che meraviglia è la nuova maggioranza parlamentare serba. La comporranno – fiducia parlamentare permettendo – i socialisti di Dacic, i progressisti di Nikolic (partito di maggioranza relativa) e l’Unione delle regioni serbe, dell’ex ministro dell’economia Mladan Dinkic. Nessuno, fino a una manciata di giorni fa, con Partito democratico e Partito socialista che parevano pronti a ribadire l’alleanza che ha dominato la scorsa legislatura, avrebbe scommesso su tale esito. Né sulla sconfitta, alle presidenziali, di Boris Tadic. Ma è andata così.
Perché si è arrivati a questo governo tra i nipotini di Milosevic e gli ex esponenti dell’estremismo di destra? Come scrive Luka Zanoni, direttore dell’Osservatorio Balcani e Caucaso, il fallimento dei negoziati democratici e socialisti è dipeso dallo scontro tra le ambizioni di Tadic e Dacic. Il primo, dopo la batosta al ballottaggio presidenziale, voleva confermare l’alleanza con i socialisti e fare il primo ministro. O al massimo mettere qualcuno dei suoi alla guida della squadra di governo. Il secondo era anch’esso intenzionato a ripetere l’esperienza della precedente legislatura, ponendo però come condizione la sua premiership. Così, alla fine, è saltato tutto e a dodici anni di distanza dalla caduta di Milosevic i socialisti e quei radicali che oggi si chiamano progressisti si ritrovano a guidare la Serbia.
Non bisogna però pensare che Nikolic e Dacic vogliano riportare il paese indietro nel tempo. Dire che questa sia la vittoria del passato è fuori luogo e non significa proprio niente. Non soltanto perché le guerre nei Balcani sono finite da un pezzo. Il punto è che la Serbia oggi è una democrazia. Con delle lacune e delle imperfezioni, certamente. Ma è una democrazia e i passi in avanti compiuti dalla rivoluzione democratica del 2000 a oggi sono stati notevoli (apertura al capitale straniero, acquis communitaire, lotta alle mafie, arresto dei criminali di guerra).
Quello che si può prevedere è che Dacic e Nikolic, sempre che la loro alleanza regga nel tempo, cosa non affatto scontata, cercheranno di mettere una maggiore enfasi sul discorso nazionale e sul Kosovo, senza però mettere a repentaglio il dialogo con l’Europa. Non possono permetterselo, dopotutto. Senza prospettiva europea e senza cooperazione regionale, condizione necessaria al mantenimento di rapporti proficui con Bruxelles, la Serbia non andrebbe proprio da nessuna parte. C’è chi evoca il ritorno del panslavismo e dell’amicizia con la Russia. Ma Mosca è davvero lontana. Molto più lontana di Bruxelles.
Chiudiamo con un paio di considerazioni sulla data – quella di oggi, 28 giugno – in cui Dacic riceve l’incarico a formare l’esecutivo. Nelle stesse ore l’Ue si riunisce a Bruxelles. Il tema: la governance bancaria, fiscale e finanziaria dell’area comunitaria. Qualcuno mormora che Nikolic e Dacic hanno scelto proprio la giornata di oggi per convolare a nozze, ritenendo che l’appuntamento critico di Bruxelles distragga i 27, che avrebbero preferito un governo democratico-socialista, dalle questioni serbe e balcaniche. Un po’ deboluccia, come tesi.
La seconda riflessione riguarda San Vito, celebrato oggi in Serbia. Dalla perdita del Kosovo nel 1389 al famoso discorso di Milosevic del 1989 sulla piana di Gazimestan (dove in giornata ci sono stati scontri tra serbi e polizia kosovara) con cui si celebrò il funerale della Jugoslavia, passando infine per l’arresto dello stesso Milosevic nel 2001, tutte le date cardine del paese passano da questa giornata. Nikolic e Dacic hanno forse voluto pungolare l’orgoglio nazionale?



