Nei giorni scorsi s’è latitato un po’. Ecco allora un bollettino “ragionato” di quello che è accaduto a Est. In primo piano la Romania con l’impeachment del presidente Basescu, l’Ucraina e la nuova legge sull’ufficialità della lingua russa e la Polonia, ormai bravissima nel promuovere la propria immagine.
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Romania – Impeachment per il capo dello statoTraian Basescu
In Romania il Parlamento ha votato l’impeachment per il presidente della repubblica, Traian Basescu. Il 29 luglio si terrà un referendum, con cui si chiederà ai cittadini di scegliere se il capo dello stato deve restare al suo posto o piuttosto andarsene. Lo stato d’accusa rientra nella durissima battaglia tra Basescu e il primo ministro, Victor Ponta, salito al potere lo scorso maggio. Lo riepiloga efficacemente Damiano Benzoni su East Journal, segnalando i punti di contrasto tra i due (inclusi poteri in politica estera). Va inoltre ricordato che il paese è stato già scosso, qualche mese fa, da importanti proteste di piazza (se n’era parlato qui). La battaglia tra Basescu e Ponta si gioca anche su Hidroelectrica, potente compagnia statale. Il governo l’ha fatta fallire, accusando Basescu – questo più o meno il succo della storia – di averla infiltrata di amici e di avere concesso quote troppo allegramente. Chi mastica un po’ di economia sa cosa significa portare al fallimento un’azienda di stato.
Ucraina – Non è un paese per due lingue
Grossa bagarre in Ucraina, a causa della legge, fresca d’approvazione, che concede al russo il rango di lingua ufficiale. Il presidente del parlamento si dimette, poiché si rifiuta di firmare la norma e quindi di farla arrivare al presidente della repubblica, Viktor Yanukovich, che la firmerebbe seduta stante. In settimana qualche rumore in piazza. Il riassunto dei fatti lo trovate sul New York Times. Qui ci limitiamo a evidenziare come la questione dell’idioma, in Ucraina, si disponga su due livelli. Da una parte c’è la politica. Parificare il russo (secondo i dati lo parlerebbe il 35% della popolazione) all’ucraino è una mossa politica dell’attuale classe dirigente, vicina – ma non troppo come si tende a riportare – a Mosca e radicata nel versante orientale del paese e nella regione della Crimea, dove si parla e si pensa in russo. Dall’altra c’è la gente comune, che alla fine, che ci si parli in ucraino o in russo (le due lingue sono davvero molto simili), si capisce senza problemi e spesso non ne fa una questione di vita o di morte della nazione. Morale? Forse quei tanti ucraini che parlano russo hanno il diritto a parlare la lingua con cui tradizionalmente si esprimono. Il problema è che la lingua russa – vista sia dal punto di chi la vuole a tutti i costi, sia da quello dell’opposizione, che la disconosce categoricamente – non ha il diritto di spaccare il paese.
Polonia – Ma che bravi i PR di Varsavia
Se in Ucraina ci si accapiglia, nella vicina Polonia il vento soffia forte sulle vele. Euro 2012 ha sdoganato una nuova immagine del paese. La Polonia non viene più percepita come una nazione atona e grigia. I campionati europei di calcio l’hanno accreditata come una patria dinamica, giovane, scattante, viva e vogliosa di prendersi il futuro. Nulla da obiettare: è così. Varsavia, da quando è entrata nell’Ue (maggio 2004), non ha fatto che crescere. Ma c’è anche da dire che nonostante i grandissimi progressi restano ancora nodi da sciogliere: uno stato sociale debole, uno squilibrio troppo accentuato tra le ricche regioni occidentali e le povere terre orientali, una rete infrastrutturale ancora un po’ così. Ma gli addetti alla comunicazione e all’immagine sono stati bravissimi a tenere questi aspetti sotto il tappeto, privilegiando le cose con davanti il segno positivo.


