
Pubblicato da Europa l’11 luglio 2012
Il 29 luglio i cittadini saranno chiamati a esprimersi, per via referendaria, sull’operato del presidente (nella foto in alto), messo sotto impeachment dal primo ministro Victor Ponta, in quella che è la peggiore crisi istituzionale della storia post-’89 del paese. Un riepilogo.
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Ormai, a Bucarest, ci si cimenta nel conto alla rovescia. Meno diciannove giorni, a partire da oggi. Meno diciannove giorni al 29 luglio. È la data in cui i cittadini saranno chiamati a pronunciarsi sul conflitto istituzionale più feroce della storia post-comunista della Romania. Un conflitto che vede opposti il primo ministro Victor Ponta e il presidente Traian Basescu, la cui influenza va molto oltre la carica quasi notarile che ricopre.
Il 29 si terrà il referendum sull’operato di Basescu. I romeni dovranno decidere se lasciarlo al vertice dello stato o se convalidare l’impeachment per abuso di potere votato in parlamento nei giorni scorsi dalla maggioranza guidata da Ponta, alla testa dell’Unione social-liberale, alleanza ibrida formata nel 2011 e composta del Partito socialdemocratico (di cui Ponta è segretario), dal Partito conservatore e dal Partito nazionale liberale.
In attesa della fatidica data, le notizie fanno il loro corso. Ieri Basescu ha ceduto i poteri a Crin Antonescu, numero uno del Partito nazionale liberale e presidente del senato. Lo è da pochi giorni, in sostituzione di Vasile Blaga, uomo del Partito democratico liberale, formazione che fa capo a Basescu. Se Basescu dovesse perdere il referendum sarebbe proprio Antonescu a subentrargli. Il che porta i critici di Ponta a vedere un piano preciso. Una purga, in altre parole, seguita dalla spartizione delle cariche che contano.
Complotto o meno, quello che è certo è che la battaglia politica romena, più una battaglia di potere che di idee, è tutta un scambio di spallate, in queste ultime settimane. Con Ponta pronto a emendare last minute la costituzione allo scopo di estromettere Basescu e con quest’ultimo lesto a orchestrare contro il capo del governo una campagna stampa durissima, incentrata sul presunto plagio della tesi di dottorato effettuato dal rivale, l’ennesimo scopiazzatore scovato tra il Reno e il Danubio.
In tutto questo s’inseriscono le proteste di piazza dell’inverno scorso, che avevano messo a soqquadro Bucarest e dato il là alla campagna anti-Basescu e all’ascesa al potere di Ponta, formalizzata a maggio. Come s’inserisce anche la strana vicenda di Hidroelectrica, grossa compagnia statale che il governo ha fatto fallire. Il motivo? Basescu e i suoi l’avevano lottizzata. La conseguenza? Gli economisti c’insegnano che il fallimento di un’azienda pubblica proverebbe che uno stato è insolvente, o giù di lì. Ci si muove sul filo del rasoio, insomma. L’Europa guarda con estrema preoccupazione alla situazione romena, angosciata dal fatto che si usino le istituzioni come asce di guerra. I nodi verranno sciolti solo tra diciannove giorni. Dopo il referendum.
Intanto, ieri, è giunta un’altra notizia di rilievo. La Corte costituzionale, con tanto di decreto, ha deciso che affinché il voto sia valido è necessario che si presentino alle urne la metà più uno degli aventi diritto. Ciò dà una mano a Basescu, dal momento che si calcola un’affluenza non così alta. È anche vero, però, che il tasso di consenso del presidente, già uscito vincitore da un referendum sull’impeachment nel 2007, non è mai stato così basso.



[...] che ci fosse una vera legittimazione popolare, sancita da un processo elettorale. Per di più è scattato l’impeachment presidenziale. Il cui esito, accennato prima, è stato però negativo. Basescu è ancora al suo posto e può [...]