
Pubblicato da Europa il 17 luglio 2012
Orbit è il nome della nuova, avveniristica torre che fa da simbolo ai Giochi di Londra. L’ha finanziata ArchelorMittal, colosso mondiale dell’acciaio. Dalla Bosnia piovono accuse sull’azienda, rea di avere speso 19 milioni di sterline per l’opera olimpica e di non aver mai realizzato, nonostante i costi abbordabili e le solenni promesse, il memoriale dedicato alle vittime di Omarska, la miniera bosniaca, di cui ArchelorMittal è titolare, che al tempo della guerra fu trasformata dai serbi in lager.
(Nella foto – Particolare di Orbit)
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È alta 115 metri, ha una struttura base elicoidale ed è fasciata da un intricato groviglio di tubi rossi che, a prima vista, potrebbe ricordare l’intelaiatura delle montagne russe. L’hanno firmata lo scultore Anish Kapoor e l’architetto Cecil Balmond, entrambi britannici (il primo è nato in India). In tutto è costata la bellezza di 19 milioni di sterline, quasi tutte fornite da ArcelorMittal, colosso mondiale dell’acciaio. Non a caso quest’opera artistica e architettonica, che fa da simbolo alle Olimpiadi di Londra e che entra di prepotenza nello skyline della metropoli inglese, affianca al suo nome ufficiale – Orbit – quello dell’azienda che ha contribuito a realizzarla. ArcelorMittal Orbit.
In queste settimane se n’è parlato, del bestione. I media l’hanno ribattezzato «la Torre Eiffel di Londra». C’è chi lo trova splendido e chi lo boccia inesorabilmente. Il dibattito estetico andrà avanti chissà quanto. Come andrà avanti la campagna mediatica lanciata dalla Bosnia – ma ora ripresa anche a livello internazionale – contro ArcelorMittal, scandita da articoli, conferenze e petizioni in rete e sdoganata con l’obiettivo di capitalizzare il momento olimpico. Finora, tuttavia, non ha trovato tutto questo spazio sui media mainstream.
Ma cos’è che lega Londra alla Bosnia? Quale l’accusa mossa all’azienda? La colpa sarebbe quella di aver sperperato un sacco di soldi nella costruzione di Orbit e di non aver edificato il più economicamente abbordabile memoriale, promesso solennemente anni fa, dedicato alle vittime di Omarska. Quest’ultima è la miniera bosniaca, rilevata ArcelorMittal nel 2004, che al tempo della guerra fu utilizzata dai serbi come campo di concentramento.
Non basta. Qualcuno accusa ArcelorMittal di avere ristretto l’accesso al sito di Omarska a familiari delle vittime e attivisti, nonché di avere eretto Orbit ricorrendo anche a materiali estratti in Bosnia. Tra coloro che lo denunciano figurano l’accademico britannico Eyal Weizman e Milica Tomic, artista belgradese impegnata sui temi della memoria. I due stanno cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione e tra le attività da loro messe in campo c’è stato un incontro pubblico, organizzato a Londra il 2 luglio, alla quale ha partecipato anche il giornalista del Guardian Ed Vulliamy, tra i primi cronisti a entrare nel campo di Omarska. Il titolo della conferenza, A Memorial in Exile, alludeva al fatto che Orbit andrebbe dedicata alle vittime di Omarska, private del loro memoriale.
ArcelorMittal, da parte sua, ha spiegato con due comunicati stampa che la torre olimpica non è stata costruita con materiale sfornato dalle miniere di Omarska e che l’accesso all’ex lager non è stato limitato, ma soltanto regolato sulla base dell’elevato numero di richieste ricevute in vista del ventesimo anniversario della scoperta e della successiva chiusura del campo, che cade il 6 agosto.
Chi ha ragione e chi torto? Non abbiamo gli elementi che ci permettono di sbilanciarci. L’unica cosa che si può fare è procedere un attimo a ritroso e, al fine di avere un quadro più ampio, raccontare questa storia dall’inizio. Dal 1992. In quell’anno, nelle prime fasi della guerra di Bosnia, le forze serbo-bosniache assunsero il controllo della municipalità di Prijedor e a partire dal mese di maggio allestirono a Omarska un campo di prigionia dove rinchiusero cittadini di nazionalità croata e musulmana, vittime della pulizia etnica. Il lager funzionò fino all’agosto di quello stesso anno, quando Ed Vulliamy e altri colleghi vi entrarono e raccontarono al mondo le condizioni atroci a cui furono sottoposti gli internati. Le autorità serbe, complice la pressione mediatica, furono costrette a chiudere il campo. In quei pochi mesi si calcola che siano morte settecento, ottocento persone.
Nel dopoguerra le miniere furono rimesse in funzione, ma la produttività è rimasta bassa. Finché nel 2004 non è arrivata ArcelorMittal, che rilevò la maggioranza delle quote azionarie di Omarska, ridando competitività alla struttura e favorendo l’occupazione. «Dal 2004 abbiamo investito circa duecento milioni di dollari, tra il complesso di Omarska e quello di Zenica (altro impianto controllato dal gruppo). Siamo il principale investitore internazionale in Bosnia e tra i maggiori datori di lavoro del paese, con 3850 dipendenti», spiega a Europa Lynn Robbroeckx, dell’ufficio stampa di ArcelorMittal.
La compagnia ha ridato linfa a Omarska, assicurandosi peraltro buoni profitti. Ma ha anche ereditato lo scomodo faldone della memoria, che in Bosnia alimenta confronti infiniti, spesso senza soluzioni. ArcelorMittal s’è ritrovata stretta tra due fuochi. Da una parte musulmani e croati, sostenitori del memoriale. Dall’altra i serbi, maggioranza demografica e politica nell’area di Prijedor, contrari a fare di Omarska un luogo di pellegrinaggio e solerti nel respingere al mittente le accuse di sterminio. ArcelorMittal ha provato a dirimere l’aspra contesa, affidando il compito di mediare tra le due parti a Soul of Europe, organizzazione britannica impegnata nella soluzione dei conflitti. Ma Donald Reeves, il reverendo anglicano che la dirige, ha mollato la spugna nel 2006 (proprio allora spiegò a questo stesso giornale la sua frustrazione).
Da allora tutto è rimasto fermo. «Capiamo che la questione è delicata, ma secondo le leggi della Bosnia- Erzegovina solo le autorità locali possono dare il permesso per la costruzione del memoriale», spiega Lynn Robbroeckx, aggiungendo che ArcelorMittal ha sempre garantito la costruzione del memoriale, a patto che le comunità etniche della Bosnia riuscissero a mettersi d’accordo tra di loro. Non tutti la pensano così. Su ArcelorMittal sono piovute, periodicamente, le accuse di anteporre gli affari alla memoria, di portare avanti le attività industriali di Omarska ignorando che sottoterra potrebbero ancora esserci resti delle vittime, di cedere ai diktat delle autorità serbo-bosniache, che controllano istituzioni e risorse economiche dell’area di Prijedor. Così, complice Londra 2012, la bagarre continua.



sempre puntuale e ottimo. Bella matti.