L’inquilino del palazzo di vetro ha effettuato una lunga visita che l’ha portato a toccare tutte le capitali dei paesi post-jugoslavi. L’obiettivo? Ricordare che la regione ha i suoi problemi e che non può rassegnarsi allo status quo.
(Nella foto, riesumazioni a Srebrenica. Pannello situato all’interno dell’ex comando dei caschi blu Onu – Mt)
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Né Boutros Boutros-Ghali, né Kofi Annan ci sono mai andati, a Srebrenica. Ban Ki-moon sì. Ieri. È stato, così, il primo segretario generale dell’Onu a recarsi sul luogo dove nel luglio 1995 le forze serbo-bosniache agli ordini di Ratko Mladic, ora sotto processo all’Aja, perpetrarono il genocidio. In quei giorni furono uccisi ottomila musulmani di sesso maschile, tra uomini in età adulta e ragazzi.
Ban, andando a Srebrenica, ha cercato di mettere ordine sull’ascissa delle responsabilità storiche, visto che l’eccidio va imputato anche ai caschi blu olandesi, che non rispettarono le loro consegne: proteggere i civili musulmani rifugiati nell’ex enclave. Quando Mladic sferrò l’assalto al villaggio se la diedero a gambe.
L’inquilino del Palazzo di vetro, sempre in Bosnia e sempre ieri, ha compiuto un altro gesto simbolico, con una breve sgroppata sulla pista d’atletica dell’impianto sportivo di Kosevo, a Sarajevo. Il vecchio stadio olimpico. Porterò a Londra – ha detto il segretario generale, in vista dell’apertura dei Giochi – lo spirito di riconciliazione di Sarajevo, città risorta dalle ceneri. In realtà lo spirito di riconciliazione, a Sarajevo e nell’intera Bosnia, bisogna cercarlo con il lanternino. I tre gruppi nazionali, serbi, croati e musulmani, vivono trincerati nei rispettivi territori – corrispondenti alle linee del fronte – e nei rispettivi dogmi. Peggio è che le divisioni vanno approfondendosi, se è vero che il paese è rimasto senza governo dalle elezioni dell’ottobre 2010 al febbraio scorso e che l’attuale giunta pare già bollita.
Quella di Ban Ki-moon sembra dunque una sorta di provocazione. È come se, con un sovrappiù di retorica, abbia voluto attirare l’attenzione dei media su una nazione ai margini dell’agenda, che vive il paradosso di essere il paese post-jugoslavo più massacrato dai conflitti degli anni ’90 e quello, oggi, più lontano dall’Europa. Ma la Bosnia non è sola, nei Balcani. Ci sono tanti altri problemi. Il fatto che Ban Ki-moon, in questi giorni, abbia visitato tutte le sette repubbliche dell’ex Jugoslavia, dimostra che c’è la consapevolezza che la regione andrebbe tenuta sotto il cono dei riflettori.
A parte la Bosnia, dove è terminato l’itinerario balcanico di Ban, le situazioni più ingarbugliate sono quelle di Serbia, Kosovo e Macedonia. A Belgrado le recenti elezioni hanno portato al potere l’ex ultranazionalista Tomislav Nikolic (presidente) l’ex portavoce di Milosevic, Ivica Dacic (primo ministro). Non è il ritorno al passato evocato da qualcuno, ma i due, rispetto all’ex capo dello stato Boris Tadic, dovrebbero promuovere una linea più nazionale e frenare ogni dialogo sul Kosovo, spina del fianco delle diplomazie mondiali. Dall’indipendenza del 2007 è rimasto uno stato a metà.
L’arrivo di Ban, martedì, ha quanto meno ricordato che c’è qualche faccenda da risolvere. Stesso discorso in Macedonia, paese che non ha ancora una denominazione ufficiale, causa vertenza ventennale con la Grecia. Atene è dell’idea che l’unica Macedonia possibile sia la regione di cui Salonicco è capoluogo. Skopje tende a usurpare i fasti di Alessandro Magno. Così si resta al palo.
Questa controversia, volendo drammatizzare, è la metafora dei Balcani. Il rischio è quello di cedere allo status quo o – nella migliore delle ipotesi – di muoversi in avanti a velocità di crociera molto, molto ridotta. Forse Ban Ki-moon ha provato a dire proprio questo, esortando la comunità internazionale a un impegno più costante.
Pubblicato da Europa il 27 luglio 2012



