Il referendum sull’operato del capo dello stato Traian Basescu, che si tiene questa domenica, è l’ultimo atto del feroce confronto politico tra fazione presidenziale e governo andato in scena a Bucarest negli ultimi mesi. Bruxelles tiene d’occhio le mosse del primo ministro Victor Ponta. Il paese, intanto, soffre la crisi economica.
(Vecchio scatto di Cala Victoriei. Da http://www.cotidianul.ro)
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Pubblicato da Europa il 27 luglio 2012
Traian Basescu è forse l’unico politico al mondo che, da presidente della repubblica, ha subito due impeachmente s’è visto costretto al conseguente vaglio popolare sul suo operato. Se esiste qualche precedente bisogna andarselo a scovare chissà dove. Se esiste. La prima volta che fu messo sotto stato d’accusa fu nel 2007. In quell’occasione, al massimo della popolarità, vinse alla grande la consultazione referendaria e si tenne stretta la carica di presidente della Romania, conquistata nel 2004. Stavolta la sfida, al netto della stessa accusa (abuso di potere), appare impossibile.
I sondaggi dicono che i cittadini, questa domenica, giorno in cui saranno chiamati a pronunciarsi, sloggeranno Basescu dal palazzo. Cosa che premierebbe, almeno momentaneamente, il nuovo primo ministro Victor Ponta. È lui artefice dell’impeachment e di tutta una serie di nuove nomine al vertice delle istituzioni. Sono il frutto della durissima battaglia politica che s’è combattuta in questi mesi a Bucarest. In molti le considerano al limite del costituzionale.
Effetto crisi
«Nel 2007 Basescu restò in sella perché all’epoca l’economia girava bene. C’erano boom edilizio e crescita sostenuta, il paese era appena entrato nell’Unione europea», spiega Stefano Bottoni, ricercatore dell’Accademia ungherese delle scienze, autore nel 2007 di Transilvania rossa(Carocci) e più recentemente di Un altro Novecento (l’editore è lo stesso), vera e propria enciclopedia storica dell’Europa centroorientale.
Oggi la situazione è cambiata. «La crisi – continua Bottoni – ha colpito duro. Il centrodestra, di cui Basescu è esponente di primo piano e che ha esercitato fino al maggio scorso il primato politico nel paese, ha operato tagli molto corposi agli stipendi statali e imposto sacrifici. Basescu paga la crisi, come l’hanno pagata altri esecutivi europei. A questo s’aggiunge un logoramento fisiologico, dovuto alla lunga permanenza al potere».
Traian contro tutti
C’è la crisi. Ma c’è anche una lotta di potere senza esclusione di colpi. Il primo ministro Victor Ponta e i suoi alleati, da quando sono saliti al potere nel maggio scorso, si sono messi in testa di mandare a casa il presidente della repubblica. Come e perché s’è arrivati a tutto questo? Bisogna partire da lontano. «Nel 2004 – ricorda Bottoni – Basescu viene eletto presidente e da subito cerca di interpretare il ruolo con molta disinvoltura. Basescu, d’altronde, è un politico di razza, che sa decifrare gli umori popolari. È un cane sciolto, uno che guarda allo stomaco, più che al cervello. Esce dal palazzo, va nelle campagne. Questo lo ha reso molto popolare.
Ma il suo protagonismo ha anche polarizzato la vita politica. C’è mezzo paese che lo ama e mezzo che lo odia. Tant’è che nel 2007 avvengono due importanti fatti. Da una parte si rompe la coalizione tra il suo Partito democratico (ora Partito democratico-liberale) e il Partito liberalenazionale dell’ex primo ministro Calin Popescu Tariceanu. Dall’altra arriva l’impeachment, promosso dai socialdemocratici. Ma Basescu vince. Due anni dopo si conferma al vertice dello stato, seppure di misura».
La rivincita socialdemocratica
Dal biennio 2008-2009 a oggi si avvicendano diversi governi, con Basescu che dall’alto muove i fili. Poi inizia a farsi sentire la crisi. Il presidente e il centrodestra affrontano una progressiva erosione di consenso. Finché non s’arriva all’inverno scorso, quando la frustrazione causata dalla crisi porta la gente a riversarsi nelle strade. È lì che Victor Ponta capisce che può prendersi tutto. Le manifestazioni, d’altronde, segnalano che il centrodestra ha le ore contate. La riprova arriva alle amministrative di aprile, dove il partito di Basescu perde in tutte le città e in tutti i distretti, salvo poche eccezioni. La triplice alleanza formata a febbraio dai socialdemocratici di Ponta, dal Partito liberalenazionale e dall’Unione sociale-liberale trionfa. Tempo pochi giorni e sale al potere a Bucarest, dove il centrodestra si sfalda in parlamento.
Ponta, appena insediatosi, inizia a rimuovere gli alleati di Basescu dagli uffici e dalle cariche che contano, senza troppa eleganza. Al loro posto vengono nominati i membri della triplice di governo. Anche Basescu finisce nel mirino. L’impeachment non è motivato da chissà quali inadempimenti o alti tradimenti. Fa parte delle dinamiche della lotta di palazzo. Forse c’è un pizzico di volontà di rivincita per l’esito dell’impeachment del 2007. Ma neanche tanto.
Ma Bruxelles scalpita
«Il quadro, viene da dire, è simile alla Romania degli anni ’30, quando si facevano ribaltoni che in seguito venivano vidimati dalle urne. Il problema è che oggi questo è più difficile. Se non altro ci sono l’attenzione mediatica internazionale e lo sguardo severo dell’Europa. Ponta ha commesso un errore tattico. Avrebbe potuto navigare a vista, aspettare le elezioni generali di novembre, vincerle e poi passare all’incasso, spartendosi con gli alleati le poltrone che contano. Invece ha forzato la mano, promuovendo il ricambio a legislatura in corso e perdendo, così, punti sul piano dell’immagine internazionale». Le parole di José Manuel Barroso – «Ponta sta scuotendo la fiducia » – la dicono lunga sulla scarsa stima che a Bruxelles nutrono verso il primo ministro romeno e lasciano intendere che nei prossimi tempi l’Ue marcherà a vista la Romania.
Il risultato più certo
Basescu perderà. La sua unica speranza è che i romeni si astengano. Il referendum è valido, infatti, solo se si recherà a votare il cinquanta per cento più uno degli aventi diritto. Tuttavia pare proprio che il quorum, che Ponta ha provato a eliminare in ogni modo, alla fine senza successo, verrà raggiunto. «Sarà interessante vedere quanta gente andrà a votare e in quanti bocceranno l’operato di Basescu. Questi dati forniranno la stima sulla coalizione di governo. Diranno se vincerà bene le elezioni politiche a novembre, se riuscirà a tenere o se l’unico legame tra i tre partiti della maggioranza è l’atteggiamento anti-Basescu. In tutto questo – così Bottoni – c’è una certezza: la crisi economica ha messo a nudo il fallimento della classe dirigente.
Il paese ha ritardi spaventosi, le infrastrutture sono quello che sono, una parte dei fondi europei sono stati sprecati nella peggiore delle maniere. Ci si è cullati con gli investimenti delle imprese internazionali (con quelle italiane in testa alla lista, ndr) e con le rimesse dall’estero. Questo non basta più».



