Piccolo bollettino su quanto accaduto nei giorni scorsi in Romania (referendum per l’impeachment del presidente) e Serbia (formazione nuovo governo).
———
Romania
Contrariamente alle previsioni di qualche sondaggista, domenica è venuto a mancare il quorum necessario affinché il referendum sull’impeachment nei confronti del presidente romeno Traian Basescu fosse dichiarato valido (qui Pierluigi Mennitti ha spiegato come e perché ci si è arrivati).
Il capo dello stato, dunque, rimane al suo posto. Ma la sua è comunque una vittoria di Pirro. Il consenso di Basescu è ormai ridotto ai minimi termini, come prova l’esito del voto: quasi tutti i romeni che hanno depositato la scheda nell’urna hanno appoggiato la messa in stato d’accusa.
Vince Basescu, perde il primo ministro Victor Ponta. Da quando è al governo (maggio) ha promosso un rapido ricambio al vertice delle istituzioni, per i più viziato da sete di potere. La sconfitta al referendum pone un freno alle sue “purghe”, ma non gli impedirà di affermarsi alle elezioni a ottobre. Senza però straripare. E comunque una cosa è certa: la Romania, tra crisi economica e battaglie di potere, ha parecchie grane a cui pensare. Le mette in fila Neil Buckley, inviato del Financial Times a Bucarest. Questo è solo uno dei tanti articoli che il giornale britannico ha dedicato negli ultimi tempi alla Romania. Poca roba – qui piccola nota polemica – sulla stampa nostrana. Un vero peccato, perché in Romania ci sono migliaia di aziende italiane e in Italia centinaia di migliaia di romeni. Un po’ di attenzione in più non guasterebbe.
Serbia
Finalmente, dopo tanto negoziare, è venuto alla luce il nuovo governo serbo. Lo presiede Ivica Dacic, numero uno del Partito socialista, ministro degli Interni nell’ultima legislatura e portavoce di Milosevic negli anni ’90. Insieme ai ministri del suo stesso partito, compongono la squadra di governo gli uomini delle Regioni unite della Serbia (formazione di recente conio) e quelli del Partito progressista, la forza che fa capo al neo presidente della repubblica Tomislav Nikolic, ex pretoriano dell’ultra-nazionalismo.
I nuovi personaggi al potere in Serbia verranno tenuti d’occhio, a Bruxelles. Ci si chiede se le loro passate militanze possano condizionare il cammino europeo della Serbia, che con Boris Tadic alla presidenza è progredito piuttosto bene, fermo restando il problema sempre aperto del Kosovo. Insomma: quello di Dacic è davvero un governo rivolto al passato? A questo proposito la risposta migliore l’ha fornita Luka Zanoni, direttore dell’Osservatorio Balcani e Caucaso. Zanoni vuole credere alle parole di Dacic – guarderemo al futuro e non al passato – ma sostiene anche che il primo ministro e alcuni dei nuovi responsabili dei dicasteri dovrebbero fare ordine nei rispettivi armadi.


