
Pubblicato da Europa il 3 agosto 2012
Il presidente russo incontra il premier britannico a Londra. Nessuna intesa sulla Siria. C’è comunque la comune volontà di recuperare un rapporto che, complice il caso Litvinenko, s’era quasi completamente arenato.
Foto – Il judoka russo Tagir Khaibulaev, oro olimpico nella categoria 100 kg. Putin ha assistito al suo trionfo.
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Venerdì scorso Vladimir Putin ha saltato la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi. Ha inviato a Londra Dmitrij Medvedev e se n’è rimasto nella sua dacia di Soci, dove ha ricevuto il presidente vietnamita Truong Tan Sang. Il messaggio è evidente. Ho da sbrigare faccende già fissate in calendario e ai Giochi – questo più o meno quello che Putin ha voluto dire – ci andrò, se mai, quando avrò tempo e voglia. Detto, fatto. Il presidente russo, rieletto a marzo, è arrivato a Londra ieri. Guarda caso nel giorno in cui erano in programma parecchie gare di judo. Disciplina, questa, dove i russi eccellono (Tagir Khaibulaev s’è aggiudicato proprio ieri l’oro nella categoria dei cento chili) e che lo stesso capo dello stato pratica con buoni risultati. Almeno stando al racconto dei media russi.
Flashback. Lo scorso maggio, subito dopo la cerimonia di insediamento, Vladimir Vladimirovich scelse di non andare al G8 di Chicago, lasciando tutti a bocca aperta. Pochi giorni dopo decise di fare la sua prima visita all’estero in Bielorussia. Da Minsk proseguì poi alla volta di Berlino e di Parigi. Come se Lukashenko fosse più importante dell’asse franco-tedesco.
Dove vogliamo andare a parare? Semplice. In queste tre occasioni Putin, a uso e consumo domestico, sulla base di uno schema collaudato e sulla scia di una campagna elettorale che è stata più che mai piena di impulsi anti-occidentali, ha come voluto dimostrare che il dialogo con i protagonisti dello spazio euro-atlantico non è così prioritario.
A Londra, dove prima di assistere alle gesta dei judoka ha incontrato il premier David Cameron, ne ha fornito l’ennesima prova. Ribadendo inoltre che la Russia, comunque preoccupata dalle gravi violenze in corso, ha tutto il diritto di assumere sulla Siria una posizione diversa da quella del trio anglo-franco-americano. Tant’è che proprio mentre Putin conferiva con Cameron, il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha espresso disappunto davanti al testo che alcuni paesi arabi hanno presentato al Palazzo di vetro, riferendo che come tutti gli altri documenti finora discussi, incluse le risoluzioni occidentali al Consiglio di sicurezza, addebita tutte le colpe al regime di Assad e risulta «poco equilibrato». Mosca non cede.
Qui finisce, se vogliamo, la prima parte della storia. La seconda è di segno opposto e dice che la Russia intende rilanciare il dialogo con Londra – la capitale della vecchia Europa in assoluto più russo-scettica – e quindi con tutto l’Occidente, che è sempre meglio che rivolgere lo sguardo alla Cina. Il Cremlino e Downing Street non vanno d’accordo su tante cose. La Siria è solo l’ultimo degli esempi. Il più spinoso resta l’omicidio di Alexander Litvinenko, l’esule russo ucciso da una dose di plutonio in un sushi bar di Londra. Correva l’anno 2006. Il governo britannico chiede l’estradizione del presunto assassino, l’ex agente segreto Andrei Lugovoi, ora deputato alla Duma. Il Cremlino la nega.
Ma ieri di questo non se n’è parlato. Almeno non pubblicamente. Né Cameron ha strigliato Putin sul processo dell’anno a Mosca: quello, appena iniziato, alle Pussy Riot. Segno che anche Londra ha interesse a recuperare il rapporto. Va ricordato, a tale proposito, che lo scorso settembre Cameron fu ricevuto a Mosca da Putin. Si parlò di Litvinenko, della Siria, delle difficoltà di BP sul mercato energetico russo e di tante altre cose. Senza troppi risultati. Però si firmarono anche sette accordi commerciali dal valore di 340 milioni di dollari. Fu la base di (ri)partenza di un dialogo degno di tale nome. A cui nessuno, tralasciando le mosse tattiche e i capricci, intende rinunciare.


