
Pubblicato da Europa l’8 agosto 2012
La musica a processo. A Mosca, oggi, dove le ragazze che strimpellano punk sono diventate il simbolo della resistenza a Putin. A Praga, ieri, quando i Plastic People of the Universe venivano perseguitati dai burocrati comunisti. Qualche analogia.
All’estrema destra della foto, scattata a Praga qualche decennio fa, i Plastic People of the Universe (The Guardian)
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Maria Alyokhina, Nadezhda Tolokonnikova e Yekaterina Samutsevich, tre delle componenti delle Pussy Riot, potrebbero beccarsi una condanna a tre anni di carcere. Tanti quanti invocati, giusto ieri, dall’accusa. La sentenza, che confermi o meno la richiesta formulata in aula, non cambia comunque la sostanza politico-mediatica del processo che vede imputate le esponenti della punk-band tutta al femminile. Proprio grazie alla “vetrina” offerta dal procedimento giudiziario, le Pussy Riot sono divenute il principale simbolo, forse ancora più del blogger Alexei Navalnij, della resistenza al putinismo. Il tribunale di Mosca, invece, s’è trasformato nel centro di gravità dell’opposizione.
Successe lo stesso a Praga nel 1976, allorché i comunisti trascinarono sul banco degli imputati i membri dei Plastic People of the Universe, rei di promuovere in Cecoslovacchia modelli culturali sediziosi. In questi giorni ci sono giornali che – come The Guardian o Foreign Policy – hanno scomodato il precedente. Non a torto. Perché tra le due storie c’è qualche assonanza, anche se cambiano i tempi (il comunismo è morto) e gli stili (le Pussy russe cantano «Vergine redimici da Putin», i musicisti praghesi emulavano Frank Zappa).
I Plastic People of the Universe nacquero nel 1968, su iniziativa di Milan Hlavsa, apprendista macellaio e bassista del gruppo. Il nome era ispirato a una canzone di Frank Zappa (Plastic People), uno dei punti di riferimento, insieme ai poeti beat, di quella cultura alternativa e underground che, sorprendentemente, mise radici a Praga negli anni ‘60. Il capo dei comunisti locali, Antonin Novotny, lasciò correre, ritenendola una manifestazione controllabile. Il successore, Alexander Dubcek, ne incentivò invece l’esplosione, grazie al programma di liberalizzazione politico-culturale del suo “socialismo dal volto umano”. Era la primavera di Praga.
Il rock divenne fenomeno di massa. Si incidevano dischi, si organizzavano concerti, si creava e s’inventava. Senza più l’assillo della censura.
Finché non arrivò l’invasione da parte delle truppe del Patto di Varsavia, che riportarono al potere gli interpreti dell’ortodossia comunista. I quali, agli ordini di Gustav Husak, si presero la briga, tra le altre cose, di indurre i musicisti a tenere bassa la cresta e a rientrare nei ranghi: niente più sofisticherie psichedeliche, niente più performance alternative.
I Plastic People non si piegarono ai diktat e continuarono a fare la loro musica. Pagarono cara la loro coerenza. Gli venne revocata la licenza e furono costretti a guadagnarsi da vivere suonando ai matrimoni. Ogni tanto andavano a strimpellare a qualche raduno segreto, organizzato nei boschi boemi. Segreto, poi, mica tanto. Perché a un certo punto sbucava fuori la Statni bezpecnost (la polizia politica) e faceva sbaraccare.
Ma i Plastic People continuarono a servire la causa underground. Fino al 1976, quando il regime si stufò dei live nelle foreste e li processò con accuse patetiche. Arrivarono le condanne (da otto a diciotto mesi). Nel frattempo, però, accadde il miracolo. Una pattuglia di intellettuali, disgustata dal moralismo dei comunisti e dal processo-farsa, redasse un manifesto – Charta 77 – a difesa dei diritti umani. Fu, quello, il primo vagito della dissidenza organizzata in Cecoslovacchia. Dodici anni dopo arrivò la Rivoluzione di Velluto e Vaclav Havel, primo firmatario di Charta 77, divenne presidente.
Ora, tornando alle Pussy Riot, ci si chiede se il processo a loro carico abbia la forza di stimolare il salto di qualità nelle file dell’opposizione russa. Qualcuno, magari, sulla scorta del precedente dei Plastic People of the Universe, potrebbe immaginare da qui a qualche anno il tonfo del putinismo. Ma sono ipotesi. L’analogia, al momento, si ferma nelle aule dei tribunali e si limita alla certezza – il dato è comunque significativo – che quando i potenti alla guida dal pedigree liberale discutibile sono infastiditi dall’irriverenza dell’arte musicale reagiscono il più delle volte seguendo lo stesso schema: arresto, processo kafkiano, condanna. Andò così a Praga. Sta andando così a Mosca.
Nota 1 – Lo scorso maggio i Plastic People hanno suonato a Praga durante un concerto di solidarietà alle Pussy Riot, innescando una sorta di legame ideale tra la Mosca di oggi e la città boema di ieri. Qui il video.
Nota 2 – Milan Hlavsa, fondatore del gruppo, non c’è più. Se l’è portato via un tumore, nel 2001.


