Pubblicato da Europa l’8 agosto 2012

La performance degli atleti russi a Londra 2012 può essere definita, già da ora, negativa. Il crollo dell’Urss e il gap tecnologico con l’Occidente sono, secondo l’oligarca Mikhail Prokhorov, le cause del flop del movimento olimpico.
Nella foto, presa in prestito dagli archivi di Rich Clarkson, la cerimonia inaugurale di Mosca 1980
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Adesso, dopo le prime giornate segnate da cocenti sconfitte, i russi sono al quinto posto nel medagliere. Magari da qui alla fine dei Giochi supereranno i sudcoreani, attualmente quarti. Ma la risalita dovrebbe fermarsi qui. I padroni di casa britannici, con una dozzina di ori in più, sono infatti difficilmente raggiungibili. Come d’altronde il bottino di Pechino 2008: ventitre ori, ventuno argenti e ventinove bronzi. Terza posizione nel medagliere. Non troppo alle spalle dei cinesi e degli americani.
Insomma, volendo tagliare corto il dato è che il bilancio del movimento olimpico russo, a Londra, si può definire già da ora negativo. Tanto che nei giorni scorsi, quando la Russia galleggiava anonima intorno al decimo posto, messa in riga addirittura dal Kazakhstan e dalla Nord-Corea, il ministro degli affari sportivi Vitaly Mutko aveva preannunciando, minaccioso, una mezza rivoluzione. «In diverse discipline affronteremo cambiamenti radicali», aveva detto, senza tuttavia spiegare quali teste cadranno e su quali federazioni s’abbatterà la sua ira. «Adesso è come se fossimo in guerra. Portiamola dunque avanti fino alla fine. Poi prenderemo le dovute misure», s’era limitato a riferire, un po’ criptico, all’agenzia di stampa Ria Novosti.
Londra è una replica di Vancouver. Ai giochi invernali di due anni fa andò allo stesso modo. La Russia fece fiasco e i vertici della Federazione s’imbufalirono. Allora fu l’ex presidente Dmitrij Anatolevich Medvedev a surriscaldarsi.
Appena gli atleti tornarono a casa tirò le orecchie sia a Leonid Tyagachev, presidente del comitato olimpico, sia a Mutko. Costui fu dato anche come dimissionario. Poi restò al suo posto. Forse, si disse, perché intervenne Putin a sua difesa. Mutko è molto vicino al grande capo.
Ci si chiede perché il movimento olimpico russo, dopo Vancouver, stia facendo anche a Londra tutta questa fatica. La spiegazione più ragionata l’ha offerta Mikhail Prokhorov, l’oligarca che ha corso alle presidenziali dello scorso marzo, presentandosi come il candidato della classe media e opponendosi, senza in realtà opporsi fino in fondo, a Putin. In un’intervista rilasciata al quotidiano Kommersant, il tycoon, che è anche presidente della federazione nazionale di biathlon, ha passato in rassegna la storia recente del paese e messo l’accento sul divario tecnologico, approfonditosi dopo il crollo dell’Urss. «All’epoca dell’Urss eravamo i migliori al mondo, nelle competizioni sportive. Ma non dimentichiamoci che fino al 1991 (l’anno del crollo del primo paese comunista al mondo, ndr) o grosso modo giù di lì il concetto di professionismo non era così diffuso a livello globale. Era piuttosto l’Urss, che usava lo sport come strumento per accrescere il proprio prestigio e aveva un sistema di preparazione molto avanzato, a praticare de facto una forma professionistica di agonismo».
E poi? «Nei primi anni ’90 la Russia, in conseguenza del crollo del precedente sistema e dei problemi economici a esso correlati ha perso i vantaggi. Da parte loro – così Prokhorov – i paesi occidentali hanno visto un’evoluzione in senso professionistico. A questo va aggiunto il crescente vantaggio tecnologico e la produzioni di beni hi-tech, che sono stati trasferiti nello sport garantendo risultati sempre migliori».
Conclusione? «Ci vorranno due cicli olimpici, prima di colmare il gap con gli altri», ha sostenuto Prokhorov. Il che significa che tra due anni, quando la Russia ospiterà a Soci le olimpiadi invernali, c’è il serio rischio di incorrere in un’altra prova barbina.


