Pubblicato da Europa il 31 agosto 2012
Parla lo storico Angelo Bolaffi: se l’euro cade, la locomotiva teme l’isolamento. «Per questo la Merkel vuole riformare l’Unione».
Foto – L’East Side Gallery a Berlino, una della parti sopravvissute di Muro (2008).
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Primo: la Germania resta, saldissimamente, ancorata all’Europa e all’idea di Europa. Secondo: se il dialogo tra Berlino e Roma riparte l’Ue ha tutto da guadagnare, visto che è proprio lo sfilacciamento nelle relazioni italo-tedesche, appiattitesi negli ultimi dieci anni, una delle origini dell’attuale crisi di governance e valori che attanaglia lo spazio comunitario.
Sono queste le valutazioni che Angelo Bolaffi, germanista e professore di filosofia politica all’università La Sapienza, nonché ex direttore dell’Istituto di cultura a Berlino, esprime a riguardo dell’attuale partita che – su moneta unica, regole fiscali, fondo salva-stati a altro ancora – si gioca e si giocherà prossimamente a Bruxelles e dintorni.
Ieri la Merkel da Pechino ha lanciato un messaggio molto chiaro: l’Europa vuole non solo salvare, ma rafforzare la moneta unica. Nei giorni scorsi ha invece ripreso chi, nella sua coalizione, attacca la Bce e parla dell’uscita certa della Grecia dall’euro. Come spiega queste posizioni?
La Cancelliera ribadisce una scelta irreversibile della Germania, a favore dell’euro. Certamente ci sono forze, a Berlino, che non senza ragione hanno sempre interpretato come un azzardo un’unione monetaria non accompagnata da maggiore integrazione politica. Ma furono soprattutto i francesi, affiancati da altri paesi comunitari, a non volere il rafforzamento politico dell’Unione, quando si scelse di fare la moneta unica. Comunque sia, i tedeschi non hanno molti dubbi: occorre lottare e ridare sostanza all’euro, ripartendo dai contenuti di Maastricht e Lisbona.
Eppure c’è chi sostiene che perseguano, più che altro, quella che qualche osservatore definisce la lega dell’euro forte. Insomma, il tema è quello dell’Europa a due velocità. Da una parte il blocco dei virtuosi, dall’altra quello dei bilanci “allegri”.
Più che un obiettivo è già da ora un fatto evidente, se vogliamo ragionare in termini realistici. Ci sono paesi con i bilanci sani e altri che faticano; c’è chi sta nell’euro, chi non è ancora entrato (l’Est) e chi non vuole proprio aderire (Londra, Stoccolma, Copenhagen). Tra l’altro l’Europa a due velocità esisteva già prima dell’avvento della valuta unica, con l’area del marco. Insomma, non mi stupisce che si proceda con passi diversi.
La stampa tedesca, in settimana, ha scritto che Angela Merkel vorrebbe un’iniezione di integrazione politica per l’Ue e punterebbe in questo senso a riscrivere i Trattati. È una voce credibile?
Sì, ma più nel lungo termine che nel breve. D’altronde la crisi finanziaria e lo scetticismo verso il progetto europeo nutrito da una parte consistente delle popolazioni degli stati membri sconsiglia di fare un passo che, com’è stato nel caso della Convezione e della Costituzione, potrebbe rivelarsi troppo lungo. Le priorità, ora, sono altre: stabilizzare la moneta unica e ridare speranza ai tanti cittadini comunitari penalizzati quotidianamente dalla crisi. Questo non toglie che, tornando al punto di partenza, la Germania avverta l’esigenza di ristrutturare l’edificio europeo secondo un principio riassumibile in una parola: eingebettet. Esprime un concetto, “farsi tenere dentro”, che riflette il desiderio storico, da parte tedesca, di evitare l’isolamento, vale a dire la fonte delle guerre e delle tragedie del Novecento.
Davvero i tedeschi e la classe dirigente di Berlino sentono ancora i fardelli del “Secolo breve”?
Nel pensiero politico tedesco questa linea guida è sempre presente, anche se è interessante notare che in Germania c’è una generazione che trova nell’89 il suo punto valoriale di riferimento e vede nella caduta del Muro una rivoluzione democratica e pacifica, che ha restituito dignità alla storia tedesca e che dà modo di pensare che la “paura” della Germania sia ormai anacronistica. Tuttavia, in Europa, si stenta a prendere atto di questa grande rottura, che peraltro coinvolge tutto l’Est, tornato a vivere dopo l’89. Sia la sinistra che la destra europee fingono di non vedere. La prima perché l’89 l’ha lasciata orfana del comunismo; la seconda perché la riunificazione tedesca ha messo un po’ in ombra la grandeur francese e anche l’altra potenza del continente, cioè l’Italia.
Però, a proposito di Italia, lei sostiene da sempre che se il rapporto tra Roma e Berlino funziona, allora l’Europa guadagna in termini di stabilità.
Assolutamente. I due paesi hanno un tasso di “bisogno di Europa” superiore a quello degli altri. L’Italia ne ha bisogno per via della sua debolezza, la Germania per contenere la sua forza. Non solo: tra Roma e Berlino c’è affinità elettiva, cosa diversa da quella “affinità di sangue” tra francesi e tedeschi, il cui dialogo affonda le radici nelle guerre. Ecco, quando il rapporto tra Germania e Italia si annacqua, com’è accaduto dalla fine degli anni Novanta in poi, l’Europa si scompone. Con Monti, a prescindere dalle incomprensioni maturate con la Merkel su alcuni aspetti dellagovernance dell’euro, si sta riprendendo la strada giusta. Ma non abbiamo passato il traguardo della montagna e in Germania, giustamente, ci si chiede chi, una volta scollinato, pedalerà lungo la discesa.
L’intervista continua su Europa



