
Pubblicato da Europa il 12 settembre 2012
Gli archivi di stato statunitensi declassificano documenti che danno vigore alla tesi secondo cui Roosevelt seppe dello sterminio di 22mila polacchi compiuto dai sovietici. Non disse nulla, visto che non intendeva incrinare l’alleanza di guerra con Stalin. Anche dopo il ’45 Washington mantenne un approccio ambiguo.
Foto – Riproduzione dell’area di Katyn realizzato nel 1946 da Gregor Slowenczik, reporter al seguito della Wermacht. Da http://www.archives.gov, il sito degli archivi americani.
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La sintesi migliore di tutta questa storia sta nelle parole di Franciszek Herzog. «Tra il non sapere e il non voler sapere c’è grande differenza». Herzog è un ottantunenne americano di origine polacca. Suo padre e suo zio erano tra i 22mila polacchi giustiziati dai sovietici a Katyn, nel 1940, in uno dei più gravi genocidi della storia contemporanea. Ebbene, dopo che nel 1990 Gorbaciov ruppe con il negazionismo dei suoi predecessori e ammise le responsabilità dell’Urss, Herzog scrisse a George W. Bush. Si auspicava che l’allora presidente riconoscesse a sua volta che su Katyn, complici ragioni geopolitiche, Washington aveva sempre glissato, prediligendo la linea – appunto – del «non voler sapere».
Non è la prima volta che se ne parla. In più occasioni si è sostenuto che all’epoca della scoperta del massacro, fatta dai tedeschi nella primavera del 1943, Franklin Delano Roosevelt non diede la dovuta importanza alla cosa. È che non intendeva incrinare l’alleanza con Stalin, che aveva appena spezzato l’assedio della Wehrmacht a Stalingrado, capovolgendo le sorti del conflitto. La novità è che la recentissima declassificazione di documenti segreti degli archivi americani (mille pagine circa) attribuisce robustezza e sostanza a questa tesi. Sì, Washington sapeva. Però tacque.
Le carte, si racconta nell’esclusiva pubblicata dall’Associated Press, che ha visionato in anteprima i documenti, svelano che Donald Stewart e John Van Vliet, due ufficiali americani fatti prigionieri dai tedeschi e portati a Katyn come testimoni, inviarono alla loro intelligence messaggi cifrati, in cui spiegarono che la versione fornita dal Terzo Reich, che denunciò il crimine sovietico, non era propaganda come all’epoca si pensò. Era la realtà.
Quei messaggi furono ignorati. Non solo. Non vennero nemmeno consultati dalla commissione d’inchiesta istituita dal Congresso su Katyn, attiva tra il 1951 e il 1952. A Stewart fu persino ordinato di non parlare, mai, delle comunicazioni effettuate in tempo di guerra.
Il rapporto finale della commissione riferì che l’amministrazione Roosevelt, effettivamente, tenne l’opinione pubblica all’oscuro della carneficina. In nome, comunque, di necessità militari. Si consigliò inoltre di citare in giudizio l’Urss, riconosciuta come l’autrice dell’eccidio, davanti alla giustizia internazionale. Questo non accadde, visto che subentrò l’esigenza di evitare scossoni negli equilibri postbellici e su Katyn fu mantenuta una posizione ambigua, almeno fino al 1990. Tutti sapevano che non si voleva sapere. Ora, a quanto pare, lo si può dire con quasi assoluta certezza.


