
L’agenzia americana terminerà il primo ottobre la sua ventennale esperienza in Russia. Tra i beneficiari dei finanziamenti figura Golos, l’ong che ha monitorato le elezioni parlamentari e presidenziali. Putin vuole azzerare i rischi di rivoluzione colorata interna.
L’immagine è tratta dal quotidiano Moscow Times.
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Via Usaid dalla Russia. L’agenzia americana, vera e propria cornucopia globale degli aiuti umanitari e della promozione della democrazia, dovrà chiudere la sua rappresentanza a Mosca. È quanto intimato al governo americano dal ministero degli esteri russo, con tanto di data perentoria – primo ottobre – e motivazioni a fortissima densità politica. È che Usaid, si legge nell’apposita nota diffusa martedì dal ministero degli esteri russo, ha cercato di influenzare tornate elettorali, istituzioni e gruppi della società civile, in particolare nel Caucaso, attraverso la distribuzioni di fondi.
La notizia si presta a due letture. La prima s’innesta nel breve termine e si traduce nel tentativo di ridimensionare i movimenti d’opposizione emersi sulla scia delle parlamentari dello scorso dicembre, caratterizzate da svariate violazioni delle regole. Considerando che tra i principali beneficiari dei finanziamenti di Usaid figura Golos – l’organizzazione domestica che aveva monitorato l’andamento di quella tornata (ora a rischio chiusura) – e visto che nei mesi scorsi Putin aveva più volte sostenuto che dietro le proteste c’era lo zampino statunitense, non è difficile giungere alla conclusione che la cacciata di Usaid è almeno in parte legata a questo scopo. Perseguito tra l’altro anche con la leva giudiziaria. Lo confermano la vicenda delle Pussy Riot, quella meno mediatica ma altrettanto significativa di Taisia Osipova (oppositrice condannata al carcere con la pretestuosa accusa di spaccio di droga) e la spada di Damocle che pende su Alexej Navalnij, paladino delle proteste di piazza. Per la magistratura russa avrebbe mandato in rovina un’azienda pubblica attiva nel settore del legno.


