
Pubblicato da Europa il 27 ottobre 2012
Un documentario tv fazioso, l’accusa di cospirazione rivolta al leader della sinistra russa e lo strano rapimento (con tanto di probabili torture) di Leonid Razvozzhayev, oppositore, a Kiev. Un intrigo post-sovietico ambientato tra Mosca, Minsk, Kiev e la Georgia.
La foto, che ritrae Sergei Udaltsov, è scaricata da Flickr.
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Sergei Udaltsov, classe ’77. Numero uno del Fronte popolare, contenitore delle sinistre russe. Movimentista. Fautore della coniugazione tra riforme sociali e democrazia diretta via web. Se questo ancora non vi dicesse nulla, sappiate che stiamo parlando di uno dei principali protagonisti della stagione delle proteste di piazza contro il putinismo. Da ieri Udaltsov è accusato di cospirazione. Rischia fino a dieci anni di carcere. Secondo le autorità avrebbe tentato di organizzare un golpe. Nei giorni scorsi anche Alexei Navalnij, altro noto oppositore, ancora più noto di Udaltsov, s’è trovato alle calcagna la giustizia.
Ancora una volta. Già indagato con l’accusa di frode a danno di una fabbrica statale di legnami, Navalnij rischia di essere perseguito per delle presunte manipolazioni elettorali operate alle recenti primarie dell’opposizione russa. Secondo gli osservatori si tratta della solita tattica, elaborata nelle stanze dei bottoni, volta a discreditare i dissidenti. Saranno pure pochi, ma in fondo danno fastidio a chi è abituato a gestire il potere senza troppi filtri. Forse. La cosa curiosa è che entrambi gli esponenti della brigata anti-Putin sono stati “smascherati” da un documentario, Anatomia di una protesta 2, andato non casualmente in onda alla vigilia delle primarie su Ntv, controllata da Gazprom. La differenza – qui torniamo a Sergei Udaltsov – è che il caso che lo vede coinvolto ha assunto i tratti di una torbida vicenda di rapimenti, media deviati, torture e intrighi sviluppatasi nel perimetro postsovietico.
Ecco i dettagli. Nel documentario, la cui prima parte fu diffusa sulla stessa emittente subito dopo le presidenziali dello scorso marzo, c’è una scena con alcuni uomini, chiusi in una stanza, che confabulano su come innescare una rivolta in Russia. Se ne vede soltanto uno e parrebbe il politico georgiano Gigi Targamadze, uomo vicino al presidente Mikhail Saakashvili. Uno degli altri avventori sarebbe proprio Udaltsov, secondo gli autori dell’inchiesta. Ipotesi avallata dagli inquirenti, per i quali l’analisi dell’audio restituirebbe fedelmente il timbro della sua voce. Durante l’incontro, che si sarebbe svolto in un albergo di Minsk, la capitale bielorussa, Targamanadze (che intanto parla di filmato taroccato) avrebbe garantito ai cospiratori la sponda finanziaria della Georgia. Paese non certamente alleato di Mosca.
Ma la storia torbida che vi stiamo raccontando va oltre questo video, che secondo alcuni commentatori è davvero poco realistico. Il punto è che di mezzo c’è pure un rapimento, avvenuto in Ucraina, con tanto di pestaggio pesante. Riguarda Leonid Razvozzhayev, che insieme a un altro oppositore, Kostantin Lebedev, è stato accusato di dare man forte a Udaltsov. I tre erano stati interrogati il 17 ottobre. Lebedev era stato trattenuto in custodia. A Udaltsov e Razvozzhayev era stato fatto divieto di lasciare Mosca. Il primo l’ha rispettato, il secondo no: se n’è andato in Ucraina, dove ha cercato di ottenere lo status di rifugiato.
Il 19, a Kiev, s’è recato presso l’ufficio della Hebrew Immigrant Aid Society, ong che lavora con l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr). Lì è stato ascoltato dagli operatori. A un certo punto – questa la ricostruzione dell’Unhcr – il colloquio s’è interrotto per una pausa. Razvozzhayev è sceso in strada per andare in una vicina caffetteria, ma non è più tornato e non è stato più possibile ricontattarlo telefonicamente.
Rapito? Si direbbe di sì, a giudicare da un filmato, circolato in rete il 22 ottobre, che lo mostra urlare la storia del rapimento in Ucraina, mentre alcuni poliziotti russi lo infilano in un’auto. L’uomo, ora in carcere a Mosca, l’ha ripetuta ai membri della commissione che vigila sulla condizione dei detenuti, spiegando che dopo il rapimento è stato picchiato violentemente e poi riportato in auto nella Federazione. Dove sotto fortissime pressioni psicologiche e fisiche – niente acqua, né cibo – è stato indotto a scrivere un’autoconfessione di dieci pagine sulla partecipazione al complotto. Il testo sarebbe invece stato reso volontariamente, hanno invece affermato i titolari delle indagini. Nessuno ci crede.



[...] caso c’è stato persino un misterioso rapimento a Kiev, con pestaggi e torture psicologiche. Brutta storia, se fosse [...]
[...] caso c’è stato persino un misterioso rapimento a Kiev, con pestaggi e torture psicologiche. Brutta storia, se fosse [...]