Terza puntata della rassegna mensile delle analisi e delle storie più interessanti, su Europa centro-orientale, balcanica e post-sovietica, pubblicata nel corso del mese – ottobre in questo caso – dalla stampa internazionale in lingua inglese.
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BALCANI
La gulenizzazione dell’Albania – Finanziere, imprenditore, banchiere, tycoon dei media ma soprattutto, organizzatore della più vasta rete di moschee, madrasse e istituzioni caritative del mondo musulmano. Questo, in sintesi, è Fehtullah Gulen. Turco. L’eminenza grigia alla base dell’affermazione, nel paese anatolico, del potere di Recep Tayyip Erdogan e dell’ascesa di una classe media islamica che ne costituisce la colonna portante, sia in termini di consenso che in termini economici. Ebbene, da una bella inchiesta di Transitions Online emerge come il sistema Gulen, che oltre che in Turchia è presente in molti altri angoli di mondo, dacché questa dottrina che mescola fede e libertà economico-imprenditoriale ha ambiziosi globali, si sia affermato negli ultimi tempi anche in Albania.
Visti o non visti – Alcuni paesi europei, Germania in testa, intendono sospendere il regime di visti agevolati concessi ai paesi dei Balcani occidentali allo scopo di rompere l’isolamento a cui la regione è stata a lungo, troppo a lungo sottoposta. Il motivo? Molti cittadini serbi e macedoni, recatisi in Europa, avrebbero avanzato richieste d’asilo. A migliaia. L’idea che s’è fatta strada, in Germania e altrove, è che avrebbero approfittato della liberalizzazione dei visti turistici (permettono di stare nel territorio Ue per 90 giorni). Qui i fondatori della European Stability Initiative spiegano perché l’eventuale sospensione del regime agevolato dei visti costituirebbe una regressione.
Viaggio nella diaspora armena – Paolo Martino, per Osservatorio Balcani e Caucaso, ha compiuto un lungo percorso sulle tracce, in Medio Oriente, della diaspora armena. Dal Caucaso a Beirut, attraverso racconti e immagini. Questa è la versione in lingua inglese di questo bellissimo reportage.
EUROPA CENTRALE E ORIENTALE
Il Piano slovacco – Viene da Bratislava uno dei progetti più innovativi nel campo dei media. A metterlo a punto è stata Piano, azienda che ha riunito su un’unica piattaforma le versioni online di alcuni giornali slovacchi, proponendo agli utenti un unico abbonamento. Ebbene, è stato un grande successo e adesso la società si sta espandendo. Il nuovo mercato su cui è entrata è la Polonia. Il più grande dell’ex Europa del socialismo (ir)reale. Su Transitions Online il punto della situazione e un’intervista al capo della comunicazione di Piano.
I top reformer mondiali – Doing Business è un documento annuale, elaborato dalla Banca mondiale, che stila la classifica dei paesi che hanno fatto più riforme utili a migliorare il cosiddetto business environment. Snellimento della burocrazia, misure per stimolare l’economia e le imprese, provvedimenti per attirare investimenti. E così via. Nel 2012-2013 è stata la Polonia, secondo la World Bank, il top reformer mondiale. Dall’analisi risulta inoltre che l’Europa dell’Est, in questi ultimi dieci anni, ha superato l’Asia dal punto di vista delle riforme. Un altro buon motivo per parlare di Est.
Quel pragmatico di Tusk – Stimato da alcuni per il suo pragmatismo, detestato da altri per la mancanza di coraggio. Ecco il profilo bifronte del primo ministro polacco. Che ha recentemente tenuto un discorso in Parlamento, in cui si rispecchia la sua linea: niente salti nel vuoto, niente promesse irrealizzabili, ma politiche e misure progressive e concrete. Il suo intervento è pubblicato da Eastern Approaches, il blog dell’Economist sul quadrante orientale dell’Europa.
EX URSS
Il ministero della patria – Si chiama Direttorato dei progetti sociali. Il nome non significa granché. Ma a tutti gli effetti sarà una sorta di mega-agenzia votata a stimolare e irrobustire l’orgoglio nazionale dei russi. L’ha voluta Putin in persona e fa capo all’amministrazione presidenziale. Per qualcuno è una trovata propagandistica, per altri può aiutare la Federazione a ritrovare se stessa dal punto di vista valoriale, troppo legato alla tradizione della grande guerra patriottica contro il nazismo. Che anche al tempo dell’Urss costituiva il principale ideale nazionale. Ne parla il sito di Radio Free Europe.
Transizione. Ma fino a quando? – Bellissimo saggio, pubblicato dalla prestigiosa rivista tedesca Osteuropa, sulla transizione russa e sugli equilibri tra potere costituzionale e amministrativo, tra spinte dal basso e politiche dall’alto, tra libero mercato e mercato regolato dallo stato, tra centrismo putiniano e tradizioni radicali. Per capire a che punto è arrivata la Russia post-sovietica.
Il monumento congelato – Doveva sorgere a Washington e doveva finanziarlo il governo ucraino. Ma il cambio al vertice statale, segnato dall’ascesa del filorusso Viktor Yanukovich e del suo Partito delle Regioni, ha bloccato il progetto. Il memoriale alla grande carestia imposta da Stalin nelle campagne ucraine, vero e proprio genocidio secondo qualcuno, resta così inattuato. Una storia del Washington Post.
Il gigante dell’oro nero – Rosneft, compagnia petrolifera russa, è diventata da poco la più grande azienda mondiale nel settore. Il perché lo snocciola il Christian Science Monitor.


