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Pubblicato da Osservatorio Balcani e Caucaso

Cosa pensiamo di quelle nazioni con cui condividiamo il “mare dell’intimità”, mare di scambi, commerci, sincretismi culturali, guerre, esodi, trasformazioni epocali? Un’intervista a Alessandro Leogrande, autore dell’e-book Adriatico. 

Foto – L’Adriatico a Senigallia

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Negli anni ’90, è stato il mare più importante del mondo. Il processo di disgregazione della Jugoslavia, la crisi politico-finanziaria albanese del ’97, il conflitto del Kosovo hanno collocato l’Adriatico al centro della scena e l’Italia s’è trovata sotto il fascio di luce, giocando, in qualità di condomino di questo bacino, un ruolo importante. Terminata l’emergenza, l’Adriatico è tornato marginale e la stessa Italia l’ha derubricato a priorità secondaria.

Ora, la spinta rivoluzionaria proveniente dalla sponda settentrionale del Mediterraneo pone le basi affinché l’Adriatico venga riscoperto. “Alla luce delle primavere arabe è miope non farlo”, spiega Alessandro Leogrande, vice-direttore del mensile Lo Straniero, autore di Adriaticoe-book appena pubblicato per Feltrinelli, nella collana Zoom.

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Ieri sera, a Offida, nelle Marche, due eventi: il congresso dell’Association of European Journalists e il Premio Tonino Carino, dedicato al giornalista Rai – ma chi non se lo ricorda? – che ci raccontava, a 90° minuto, le partite del mitico Ascoli di Costantino Rozzi.

La giuria del Premio Carino, che era solo prestato allo sport e che in realtà era un cronista puro, composta da Emanuela Audisio (Repubblica), Nuccio Fava (ex direttore Tg1 e Tg3), Gianni Rossetti (direttore scuola di giornalismo Urbino) e altri, ha deciso di assegnare il primo premio, sezione carta stampata, a un mio lavoro inedito sulla Statale Adriatica. Si tratta dell’arteria stradale più lunga d’Italia, con i suoi mille chilometri. Collega Padova a Otranto, attraversa cinque regioni e lungo i suoi fianchi si srotolano decine e decine di sequenze, oserei dire neorealiste, di quella provincia italiana che costituisce la sintesi antropologica del paese. Nel bene, come nel male.

In questo viaggio ho visto tante cose. Ne cito solo alcune: la crisi nel Veneto, la vita lungo il Po, la Romagna in fiore, i miti felliniani sbiaditi di Rimini, la Chinatown di Porto Sant’Elpidio, le scorie della raffineria di Falconara, i porti di Ancona e Pescara, i circhi dell’Abruzzo, la prostituzione e i matrimoni low cost del foggiano, i disrtetti del marmo e gli oliveti della Puglia.

Non nego che sono molto contento che questo lavoro, che non sono riuscito a pubblicare, abbia ricevuto questo riscontro. Aggiungo che devo molto a Ignacio Maria Coccia, un bravo fotografo con cui, lungo questi 1000 km, ho condiviso alloggi improbabili, pasti fugaci e amicizia. Il premio è anche suo e qui di seguito trovare alcuni suoi scatti, anch’essi non pubblicati.

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Ancona, le carcasse dei pescherecci. Migliaia di leghe marine sull’Adriatico. Tra l’Italia e i Balcani (Nikon D3000, 2011).

 

 

 

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1000 km

Ecco, ci rimane poco. Ci siamo divorati una buona parte dei 1000 km, tondi tondi, della Statale Adriatica, la strada più lunga d’Italia. Da Padova a Otranto. Dal nordest al Salento. Racconterò, insieme al fotografo Ignacio Maria Coccia (qui trovate la presentazione del progetto), le dieci, cento, mille storie che si srotolano ai fianchi di quest’arteria. Pescatori, camionisti, puttanieri, villeggianti, immigrati, viaggiatori. Tutti i mestieri e le facce del mondo. Prossimamente.

www.ignaciococcia.com (il sito di Ignacio)

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Porto di Ancona. Arrivi e partenze sull’Adriatico. Le rotte: Grecia, Turchia, Montenegro, Croazia e Albania. Questa nave qua, è appena salpata per Igoumenitsa (Nikon D3000, 27 giugno 2011)

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