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Posts contrassegnato dai tag ‘Djukanovic’

Pubblicato da Europa il 10 febbraio 2011

Tra le tante voci sul futuro di Mubarak, una lo darebbe in partenza per la piccola repubblica balcanica. La stampa locale riporta che sarebbero in corso trattative per garantire un tranquillo esilio adriatico al presidente. Sempre che scelga l’esilio, ovviamente.

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Naguib Sawiris, il presunto mediatore della trattativa tra Mubarak e Podgorica (da Forbes)

A più di due settimane dall’inizio della rivolta egiziana lo scenario politico è ancora denso di variabili. Mubarak – ci si chiede – sta portando avanti una guerra di posizione? Intende temporeggiare e poi sferrare al momento giusto la zampata decisiva? Oppure sta realmente negoziando l’uscita di scena? Tra le ipotesi in campo ha preso corpo anche quella che lo vede in partenza, con la valigia già pronta.

Nei giorni scorsi, ha riferito il New York Times, Washington ha cercato di convincere il presidente egiziano, che si sottopone abitualmente a check up medici all’estero, a recarsi in una clinica tedesca. Un modo “elegante” per allontanarlo dal Cairo, concedergli una resa onorevole e favorire la transizione. Il settimanale Der Spiegel ha rivelato il nome della struttura prescelta dal governo di Berlino, sostenitore della proposta statunitense e pronto a recitare la sua parte. Si tratterebbe della Max-Grundig- Klinik Bühlerhöhe, nei pressi di Baden-Baden. Ma il vicepresidente egiziano Omar Suleiman, giusto ieri, ha escluso categoricamente (e polemicamente) l’opzione. «Mubarak sta bene, non lascerà l’Egitto. Ringraziamo Angela Merkel per l’invito, che consideriamo una clamorosa interferenza nei nostri affari interni». Chiusa la via di fuga tedesca, ne rimane però aperta un’altra, che dà il Montenegro come possibile buen retiro di Mubarak.

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I fatti di Tirana hanno lasciato sgomenti. Vuoi per lo spargimento di sangue, vuoi perché l’Albania pareva a tutti stabile. Invece no. Ma a oscillare, in questo momento, sono un po’ tutti i paesi dell’arco balcanico. Da Zagabria in giù, come un effetto domino, sono scoppiati negli ultimi mesi scandali, tensioni e intrighi mafia-politica che hanno complicato le cose, proprio nel momento in cui l’ex Jugo sembrava avere innestato la marcia giusta

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Tirana, piazza Skanderbeg (Mt)

No, non è una né un’altra Tunisia. E nemmeno un altro 1997, l’anno in cui un micidiale crack economico portò all’anarchia, all’emigrazione di massa, allo strapotere delle mafie e a una mezza guerra civile che lasciò sul campo 2mila vittime. Paragoni azzardati, questi. Buoni a fare titoli.

Resta il fatto che l’Albania è tutta un ribollire di tensioni che, prima della manifestazione antigovernativa dello scorso venerdì, quando la guardia repubblicana ha sparato a bruciapelo su tre dimostranti, nessuno avrebbe immaginato. Dopotutto il paese delle aquile viene da una lunga parentesi di avanzamenti. Dalla crisi del ’97 l’economia è cresciuta, le istituzioni hanno tenuto e sul piano dell’integrazione euro-atlantica sono arrivati, nel 2009, l’ingresso nella Nato e l’entrata in vigore degli accordi di associazione e stabilizzazione con l’Ue. Alla fine dell’anno scorso Tirana ha inoltre ottenuto l’agognata apertura sul regime dei visti europei, che adesso permette a chi è munito di passaporto biometrico di circolare liberamente – 90 giorni il periodo massimo – nell’area Schengen.  Insomma, l’impressione era che l’Albania avesse il vento in poppa e che il braccio di ferro tra Berisha e Rama, che va avanti da due anni, fosse una fisiologica disputa domestica, tutto sommato contenibile. Invece no.

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L’Ue conferisce alla piccola repubblica adriatica lo status di paese candidato all’adesione. Un passo positivo, che tuttavia non può non dare adito a dubbi e riserve. C’è da tenere conto del background criminale di Podgorica e delle presunte trame, sempre criminali, di Milo Djukanovic, padre-padrone di questo Stato. Suscita qualche perplessità, poi, l’approccio di Bruxelles, che, sembra, ha anteposto la questione dello status a quella degli standard, premiando oltremodo il Montenegro. Ne ho scritto su Narcomafie, recentemente.

Ieri, intanto, Djukanovic s’è dimesso all’improvviso. Era dal 1991 che governava praticamente in maniera interrotta. Lui smentisce, ma si dice che sia stata l’Ue a chiedergli di fare un passo indietro in cambio dell’ottenimento, da parte del Montenegro, del rango di paese ufficialmente candidato all’ingresso in Europa. Tutto ancora è poco chiaro, ma chissà che non sia davvero andata così

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Non è romanticismo, no. Crna Gora, Montenegro nella traslitterazione italiana, è davvero il nome che più calza a pennello alla sesta piccola patria indipendente, in ordine di tempo, sorta sulle ceneri dell’ex Jugoslavia. Il Montenegro, in effetti, è terra di monti brulli e scuri, che s’arrampicano su in cielo subito dopo la linea del litorale. La prima volta che sono stato in Montenegro, munito di una pessima fotocamera Fuji – presa da mio padre, che s’è fatto abilmente ubriacare dal fotografo di Ponte Felcino – era il 2006. Andai a seguire il referendum sull’indipendenza dalla Serbia. La seconda volta, nel 2008, sono sbarcato al porto di Bar con l’idea di raccontare un po’ lo strano e massiccio afflusso di capitali occulti russi, ampiamente agevolato dal discussissimo primo ministro Milo Djukanovic, che negli anni ’90 s’era fatto notare come coordinatore supremo, almeno secondo la procura della repubblica di Bari, del contrabbando di sigarette nell’Adriatico. Impressioni sulla Crna Gora? Sarò franco. In molti ne millantano la bellezza e i prodigi naturalistici. Io ho visto solo tanto cemento, tanti abusi edilizi e lo strazio continuo delle coste. A chi volesse andare da quelle parti consiglio solo di fare un salto alle bocche di Kotor o Cattaro, che dir si voglia. Il resto poca roba. Dicono che il parco naturale di Durmitor sia spettacolare. Ma non essendoci stato non posso sbilanciari. Adesso, comunque, lasciamo parlare le foto. Quelle del 2008 sono scattate con una compatta Coolpix. L’era Reflex non era ancora iniziata

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Maggio 2006, campagna referendaria sull'indipendenza. Manifesto elettorale del fronte del "sì", quello vittorioso. La fazione pro-indipendentista, radunata intorno a Milo Djukanovic, riuscì nell'impresa per un pugno di voti. Tanto bastò a decretare la fine dell'Unione di Serbia e Montenegro, una fusione federale che era andata a sostituire, tre anni prima, la federazione di Jugoslavia, che venne cancellata anche nominalmente dalla mappa d'Europa. Belgrado, all'inizio, minacciò di "punire" Podgorica con l'embargo e la rottura delle relazioni diplomatiche. Poi ha prevalso il buon senso. Oggi i rapporti tra i due paesi sono distesi e amichevoli.

Mihailo Lombar, se non erro. Quest'uomo si chiama Mihailo Lombar. L'ho incontrato a Cetinje, la vecchia capitale montenegrina. La città dove risiedeva Nikola Petrovic, re del Montenegro. Sua figlia, l'altissima Elena, sposò il bassissimo Vittorio Emanuele III. Detto questo, torniamo a Mihailo. Il nostro, vedendo me e il collega Carlo Miele camminare nelle strade di Cetinje, un po' spaesati, ci prese sotto la sua ala protettrice portandoci a intervistare il sindaco e i responsabili dell'ufficio elettorale del fronte indipendentista. In cambio pretese - e ottenne - che gli inviassimo un cd di vecchie canzoni italiane. E' ascoltando Modugno, Carosone e compagnia bella alla radio, da ragazzo, che Mihailo ha imparato a parlare in italiano. Anche piuttosto bene.

Le gole di Kotor (Cattaro) sono classificate dall'Unesco patrimonio mondiale dell'umanità. Si tratta di una lingua di mare, sottile, che "scava" il continente per diversi chilometri, facendosi largo tra le montagne. Questa foto è scattata dall'alto, nella collina che sovrasta la città di Kotor. Se ci fate caso, vedente anche le correnti marittime. La vista, dal vivo, è mozzafiato.

Le mura basse della città Cattaro. Quelle alte, costruite sul monte che domina l'abitato, di giorno non si notano. Sono mimetizzate con le rocce. La sera, quando s'accendono i fari collocati lungo il perimetro della fortificazione, sembra di vedere un grande serpente che avvolge Kotor. L'effetto è strabiliante.

Sempre Kotor/Cattaro. Questa è la chiesa ortodossa che campeggia nel mezzo di una delle piazzette cittadine. Il Montenegro è ortodosso, ma non autocefalo. Dipende, religiosamente parlando, dal patriarcato della Serbia. Dopo l'indipendenza s'è formata una sorta di scissione interna al clero. Alcuni pope rivendicano l'autocefalia, altri sono rimasti fedeli al patriarcato serbo.

Sveti Stefan, altro posto pazzesco sul litorale montenegrino. Questo borgo quasi galleggiante, unito alla terraferma da un istmo, è stato negli anni '60 e '70 il buen retiro dell'élite politica e intellettuale jugoslava. Lo bazzicavano anche artisti, attori e membri della crema culturale occidentale. Pare anche Sofia Loren. Oggi, Sveti Stefan è chiusa al pubblico. Il governo montenegrino ha privatizzato questa cittadina e gli acquirenti, ovviamente russi, la trasformeranno a breve in una sorta di villaggio turistico superlusso. Che tristezza.

Il Kap, la principale industria montenegrina. Situato alle porte della capitale Podgorica, questo colosso, che produce alluminio, sforna un terzo dell'intero export del paese. Negli anni passati è stato privatizzato e ceduto, con una serie di operazioni poco trasparenti, all'oligarca russo Oleg Deripaska, uno dei tanti paperoni di Mosca a cui il governo locale ha concesso di investire - in molti preferiscono dire riciclare - le loro ricchezze sulle sponde dell'Adriatico. I russi non si sono lasciati sfuggire l'occasione e hanno usato i loro soldi per colonizzare il Montenegro e le sue coste, costruendo terribili bestioni di cemento a cinque stelle in riva al mare. Spesso, quasi sempre, violando le normative ambientali. Il Montenegro di definisce, costituzionalmente, "stato ecologico". Di ecologico, tuttavia, ha poco e forse niente.

Jevrem Brkovic è il più celebre scrittore montenegrino. L'ho intervistato nel 2008, pochi mesi l'attentato che ha subito. Il motivo? Nel suo ultimo libro aveva denunciato, in maniera indiretta ma comunque piuttosto chiara, la deriva criminale del paese, causata dalla "spensieratezza" della classe dirigente. Durante l'intervista Brkovic, uomo d'altri tempi e fiero patriota, non fece altro che sgranare il rosario.

Rom a passeggio nelle vie di Podgorica. I rom, in Montenegro, sono numerosissimi. Molti di loro sono venuti a vivere qui fuggendo, al tempo delle guerre balcaniche, dai boati del cannone. Boati che in Montenegro non si sono mai uditi: il paese, durante i conflitti, è rimasto miracolosamente in pace. I rom del Montenegro vengono perlopiù dalla Serbia e dal Kosovo. Non è che siano molto integrati, ma almeno non c'è un Sarkozy che vuole rimpatriarli.

Bandieroni montenegrini al palazzo presidenziale di Cetinje. Tra queste mura, rievocando le incoronazioni dei principi Petrovic, il presidente della repubblica assume ufficialmente le funzioni.

Porto di Bar. Si riparte, alla volta dell'Italia. Alla volta di Bari. Sul traghetto molti giovani montenegrini che, una volta sbarcati nel capoluogo pugliese, faranno compere nei negozi del centro. Bari è meta gettonatissima, per i montenegrini. E' il loro emporio preferito. Si dice che conoscano meglio le vie della città loro che gli stessi baresi.

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Pubblicato da Europa il 13 febbraio 2010

L’ex Jugoslavia continua a essere una rotta privilegiata, per i trafficanti che esportano in Europa l’oppio afghano. Ma anche per i cartelli sudamericani della cocaina, che trovano nella regione una buona piazza. E Podgorica, ancora una volta, pare essere la sede operativa delle mafie.

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Dall’Afghanistan alla Turchia, dalla Bulgaria alla Serbia, al Montenegro al Kosovo e all’Albania. Da qui verso la Croazia e la Slovenia e poi più a nord, fino alla Germania, alla Scandinavia, all’Inghilterra. Oppure, via mare, sulle coste dell’Italia, dove la merce viene sbarcata o riparte, sempre e di nuovo verso l’Europa ricca, da cui può essere esportata anche verso l’America. Merce pregiata. Che genera profitti immensi e, allo stesso tempo, ha pesanti implicazioni sociali, economiche e geopolitiche. L’eroina.

I Balcani sono la grande cerniera di trasmissione tra Kabul e le capitali europee, “l’autostrada” dei grandi carichi di droga – che sia eroina già raffinata o oppio allo stato grezzo ancora da trattare con reagenti chimici – che arrivano dall’Afghanistan. Il traffico di droghe, il via vai di faccendieri e il proliferare di cosche mafiose lungo la “via balcanica” è spiegato dalla situazione politica, instabile, che ancora oggi vive la regione ex jugoslava, alle prese con l’inestinto portato delle guerre: confini malleabili, contrasti etnici, istituzioni deboli. Il tutto fa dei Balcani un “buco nero” e le mafie sono abili a colmarli, i buchi neri.

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