Pubblicato da Linkiesta il 22 gennaio 2012
La Commissione ha aperto una procedura d’infrazione contro Budapest. L’Europarlamento agita lo spettro dell’art. 7 del Trattato Ue, che prevede la sospensione di alcuni diritti derivanti dalla membership. Orban punta a trasformare la pressione esterna in strumento con cui rilanciare il consenso interno.
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Gli stivali di Stalin al Memento Park di Budapest (mt)
L’Ungheria e l’Europa. La partita corre lungo due binari. Nei giorni scorsi la Commissione ha aperto una procedura d’infrazione contro Budapest, esortando il governo magiaro, guidato dal discusso Viktor Orban, a rettificare le norme costituzionali entrate in vigore il primo gennaio. Violano ordinamento e principi comunitari: così si sono pronunciati Barroso e i commissari. Gli interventi richiesti sono tre. Il primo riguarda l’indipendenza della Banca centrale, il secondo concerne l’autonomia della magistratura, il terzo quella dell’autorità garante della privacy. Orban deve uniformarsi entro trenta giorni, pena il deferimento dell’Ungheria alla Corte di giustizia europea e una conseguente sanzione finanziaria molto pesante. Nonché una figuraccia epocale.
Ancora più netto l’approccio dei gruppi liberale, socialista, verde e di sinistra dell’Europarlamento, dove Orban s’è recato mercoledì, partecipando al dibattito sulla situazione in corso in Ungheria e cercando di spiegare che la Costituzione e le nuove leggi approvate dalla schiacciante maggioranza della Fidesz (il suo partito) non comportano un’emergenza democratica, come i più sostengono. Ma non ha convinto l’ala progressista dell’emiciclo, che ha invocato l’applicazione dell’articolo 7 del Trattato Ue. Ci sarebbero i numeri, a quanto pare, affinché a Strasburgo possa formarsi una maggioranza intorno a tale ipotesi, votandola.
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