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Posts contrassegnato dai tag ‘Georgia’

Pubblicato da Europa il 28 aprile 2011

L’impegno dell’Alleanza in Libia aiuta la Russia a riappropriarsi dell’egemonia nel cortile di casa post-sovietico

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A Vladimir Putin non piacciono i giri di parole, né le formule ovattate. Il primo ministro russo dice quello che pensa. Punto. È così che, dopo aver bollato l’offensiva in Libia della coalizione dei volenterosi come una “crociata medievale”, il nostro, nel corso della sua recente visita in Danimarca, è tornato a ribadire il concetto: questa è una guerra è sbagliata. Ha inoltre aggiunto che la Nato non ha il diritto di uccidere Gheddafi – il cui rifugio di Tripoli è stato bombardato nei giorni scorsi – e lasciato intendere, infine, che il conflitto è viziato da appetiti petroliferi.

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Pubblicato da Europa il 15 febbraio 2011

L’organizzazione giovanile che ha guidato la rivolta anti-Mubarak si è ispirata a quella del 2000 in Serbia.

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Il logo di Otpor

Abilità nell’utilizzo dei social network, tenacia, costanza, movimentismo, indipendenza dai partiti e una coesione da ultrà. Sono questi gli ingredienti che, durante la rivoluzione egiziana, hanno scandito l’azione del movimento 6 aprile, il gruppo, all’interno della fitta costellazione delle sigle giovanili, che più ha recitato la parte del leone. Nonché quello più organizzato. Sulla Midan Tahrir, i suoi militanti, ha riportato domenica il New York Times in un’ampia inchiesta a loro dedicata, hanno infatti messo a frutto le tattiche apprese durante due anni di preparazione, durante i quali si sono “cibati” di libri e teorie sulle rivoluzioni dal basso, apprendendo le relative tecniche di mobilitazione e coniugandole all’uso sapiente degli strumenti tecnologici.

 

Una delle esperienze a cui gli esponenti del movimento 6 aprile si sono rifatti maggiormente, ha scritto il quotidiano newyorkese, è quella di Otpor (resistenza), la potente “armata” giovanile serba che, facendo sue le idee del politologo americano Gene Sharp, stratega delle rivolte civili nonviolente, contribuì alla cacciata di Slobodan Milosevic nell’ottobre 2000. La riprova è che il gruppo egiziano ha scelto come logo quello stesso pugno chiuso, stilizzato, che a suo tempo figurava sui manifesti e sugli striscioni degli attivisti serbi.

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Le elezioni in Ucraina, l’azzuffata kirghiza, gli incendi in Russia, il pugno di ferro di Lukashenko, il poliziotto buono Medvedev e quello cattivo Putin, il reset button Mosca-Washington e l’asse Roma-Mosca. Gli articoli che Radio Europa Unita ha dedicato alla Russia e all’area post-sovietica nel 2010

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Pubblicato da Europa il 9 novembre 2010

I risultati delle elezioni di midterm potrebbero complicare la tattica del reset button. I repubblicani, infatti, vogliono da Obama una politica estera più aggressiva e puntano a depotenziare la normalizzazione delle relazioni tra America e Russia, pilastro della politica estera della Casa Bianca

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Non che finora sia stato facile, perché dopotutto gli interessi americani e russi continuano spesso a confliggere, però adesso premere il reset button, la formula magica (i diritti d’autore spettano a Joe Biden) con cui l’amministrazione Obama ha sintetizzato la ricerca di relazioni meno burrascose con Mosca, potrà diventare ancora più difficile. È che tra i diversi ostacoli all’agenda di Barack squadernati dalla vittoria repubblicana alle elezioni di midterm uno tocca proprio la questione dei rapporti russo-americani, con il Gop che ha fatto capire chiaramente di aspettarsi dalla Casa Bianca più muscoli e meno tattica.

Le aperture di Obama e i tentativi di cercare la sponda del Cremlino sulle grandi faccende internazionali, a partire con l’Afghanistan e a seguire con l’atomica iraniana, non sono mai piaciute ai repubblicani. I quali, allo stesso tempo, accusano Obama di essersi dimenticato, in nome del reset button, dell’Ucraina e della Georgia, due pilastri della freedom agenda bushista, lasciandole in balia degli appetiti russi.

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Pubblicato da Europa il 26 agosto 2010

La Russia, rinnovando il trattato di sicurezza con l’Armenia fino 2044, ribadisce la sua supremazia nel Caucaso e prosegue nella costruzione del “perimetro di sicurezza” lungo le proprie frontiere. Ma non si tratta solo di un progetto egemonico e del solito tentativo di contenere la Nato. Mosca, sostiene qualcuno, sta forgiando una nuova immagine di sé: quella di potenza stabilizzatrice e garante della pace in tutto l’arco ex sovietico

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Matrioske (Foto Mt)

Nei giorni scorsi la Russia e l’Armenia hanno rinnovato il trattato bilaterale di cooperazione militare, siglato nel 1995 e in scadenza nel 2020, estendendone la durata fino al 2044. L’accordo, firmato dal presidente russo Dmitrij Medvedev e dall’omologo Serzh Sarkisian, conferma la presenza dei militari di Mosca nella base di Gyumri (attualmente ce ne sono 5mila). La Russia, inoltre, s’è impegnata a sostenere economicamente e tecnologicamente la modernizzazione delle forze armate armene.

L’intesa russo-armena ha forti ricadute geopolitiche sul Caucaso. A nessuno, infatti, è sfuggito che l’accordo è arrivato in un momento delicato, con l’Azerbaigian che da un po’ di tempo minaccia (di nuovo) di riprendersi il Nagorno-Karabakh con la forza e a questo scopo ha innalzato la spesa militare fino a 2,15 miliardi di dollari. Cifra, questa, che supera l’intero budget nazionale armeno. L’enclave armena in terra azera costituisce lo storico pomo della discordia tra Erevan e Baku (se la contesero con le armi tra l’88 e il ’94), nonché la leva con cui Turchia e Iran, prendendo le parti dell’Azerbaigian, cercano di conquistare posizioni nella regione a scapito della Russia.

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