Pubblicato da Europa il 13 gennaio 2011
Gli investigatori russi portano a termine il rapporto sull’incidente aereo di Smolensk. La tesi: i piloti furono costretti all’atterraggio perché sotto pressione, malgrado gli avvertimenti della torre di controllo. I polacchi reagiscono con durezza e reputano inammissibile l’inchiesta russa. La querelle rischia di riportare indietro le relazioni diplomatiche, dopo i progressi degli ultimi tempi
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La locandina di "Katyn", film girato da Andrzej Wajda
Lo schianto di Smolensk, che lo scorso 10 aprile ha causato la morte del presidente polacco Lech Kaczynski e di 95 esponenti dell’élite politica, economica e militare di Varsavia, è stato una tragedia annunciata. Una tragedia annunciata provocata dalla fretta di atterrare e spostarsi nella vicina Katyn, dove quello stesso giorno Kaczynski avrebbe dovuto rendere omaggio ai 22mila militari polacchi catturati dalle milizie di Mosca dopo la spartizione nazi-sovietica della Polonia e trucidati su ordine di Stalin nel 1940. È questa, in sostanza, la conclusione a cui sono giunti gli investigatori russi incaricati di redigere il rapporto sull’incidente di Smolensk.
Nel documento, consegnato ieri al governo polacco, si pone l’accento sulle “pressioni psicologiche” subite dai piloti. Comandante e vice-comandante dell’aereo presidenziale, un Tupolev Tu-15, furono praticamente “costretti” all’atterraggio. Temevano che Kaczynski avrebbe reagito negativamente all’idea di planare altrove (il che avrebbe ritardato o addirittura mandato a monte la cerimonia), come consigliato dai controllori di volo russi, che li avevano informati della presenza di una fitta coltre di nebbia, intorno all’aeroporto, che avrebbe reso rischiose le operazioni di atterraggio.
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