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Posts contrassegnato dai tag ‘Slovenia’

Pubblicato da Europa l’11 luglio 2012

Strette tra l’Europa e la Grecia, le economie dell’oltre Adriatico risentono della congiuntura negativa e accusano il colpo. Da Ljubljana a Skopje, una radiografia della non felicissima situazione.

(Nella foto, i cantieri navali di Pula. Il settore, in Croazia, è sulla via della privatizzazione) 

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Oggi e domani vertice europeo. Unione bancaria, amalgami fiscali, eurobond al centro del dibattito. E l’Est, come la vede? I paesi un tempo oltre cortina oscillano tra l’euroscetticismo ceco e l’europeismo pragmatico dei polacchi, ma sanno, nessuno escluso, che non possono rinunciare all’Europa, né sfilarsi dall’obbligo di aderire alla moneta unica.  

(Nella foto, galleria d’arte al quartiere Praha di Varsavia – autunno 2011) 

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Ancona, le carcasse dei pescherecci. Migliaia di leghe marine sull’Adriatico. Tra l’Italia e i Balcani (Nikon D3000, 2011).

 

 

 

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Ante Markovic (da http://www.vreme.com)

Fu l’ultimo primo ministro della Repubblica federale di Jugoslavia, prima che quest’ultima, conservando il vecchio nome, prendesse con Slobodan Milosevic le sembianze di una Serboslavia. Era considerato un liberale e aveva in mente una serie di riforme economiche e politiche per tenere unita la patria degli slavi del sud. Per qualche tempo l’Europa puntò su di lui, provando a salvare una nazione ormai sull’0rlo della guerra civile. Poi andò come tutti sappiamo: i Milosevic e i Tudjman dettarono l’agenda e le genti della Jugoslavia iniziarono a spararsi addosso, prima in Slovenia, poi in Croazia e dopo ancora in Bosnia. Il nostro non riuscì a resistere alle pulsioni centrifughe e alle forza d’urto dei nazionalismi. Si dimise e da privato cittadino si diede agli affari. Stiamo parlando di Ante Markovic, l’ultimo primo ministro della Jugoslavia. Un croato di Bosnia. Ieri, a Zagabria, s’è spento all’età di 87 anni. La notizia, per chi volesse approfondire un po’, sul Washington Post.

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Pubblicato da www.resetdoc.org il 14 settembre 2011

Intervista a Stefano Bianchini, presidente dell’Istituto per l’Europa centro-orientale e balcanica di Forlì

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Pristina, parco di Velanja (Mt)

Nel 1991 crollava la Jugoslavia. Nel peggiore dei modi: con le guerre. Il primo conflitto, scoppiato a giugno, fu quello tra Slovenia e Serbia. Si concluse dopo appena dieci giorni con l’indipendenza di Ljubljana.

Il secondo, tra Serbia e Croazia, esplose contemporaneamente e registrò le stesse dinamiche: Zagabria dichiarò la propria uscita dalla Federazione jugoslava, Belgrado rispose con le armi. La differenza la fecero il tempo e l’intensità degli scontri. La guerra serbo-croata, infatti, fu caratterizzata da gravi devastazioni e si chiuse soltanto nel 1995, quando l’esercito di Zagabria, dopo una fase segnata dal cessate il fuoco, riassunse il controllo dei territori della Repubblica di Krajina, l’entità serba creata da Belgrado all’interno dei confini croati.

Dopo Slovenia e Croazia fu la volta della Bosnia, dove la guerra, iniziata nel 1992 e terminata tre anni più tardi, fu ancora più violenta. Serbi, musulmani e croati, i tre gruppi nazionali della Bosnia, si affrontarono gli uni con gli altri senza pietà e sul campo rimasero più di 100mila vittime.

La saga bellica, nei Balcani, è continuata in Kosovo, tra il 1998 e il 1999. Quella guerra ha chiuso il decennio dei conflitti balcanici, ponendo le basi affinché Pristina, il 17 febbraio 2008, a dieci anni dall’inizio degli scontri, dichiarasse la propria secessione dalla Serbia.

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