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Posts contrassegnato dai tag ‘Ungheria’

Sostiene Tarquini

La bandiera della rivoluzione del '56 (Mt)

La bandiera della rivoluzione del ’56 (Mt)

Sull’ultimo numero del Venerdì il corrispondente di Repubblica dall’Europa centrale, Andrea Tarquini, definisce “fascistoide” il governo ungherese. Non è la prima volta che lo fa. (more…)

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Oggi e domani vertice europeo. Unione bancaria, amalgami fiscali, eurobond al centro del dibattito. E l’Est, come la vede? I paesi un tempo oltre cortina oscillano tra l’euroscetticismo ceco e l’europeismo pragmatico dei polacchi, ma sanno, nessuno escluso, che non possono rinunciare all’Europa, né sfilarsi dall’obbligo di aderire alla moneta unica.  

(Nella foto, galleria d’arte al quartiere Praha di Varsavia – autunno 2011) 

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Il copione magiaro

Si è dimesso Pal Schmitt, il presidente ungherese, ex olimpionico e fedelissimo del primo ministro Viktor Orban. Il passo indietro è dovuto allo scandalo legato alla sua tesi di dottorato, scopiazzata allegramente. Inizialmente Schmitt aveva respinto le accuse e la Fidesz, il partito orbaniano, aveva difeso il capo dello stato, che da quanto è stato eletto ha puntualmente firmato ogni provvedimento governativo e parlamentare, senza porsi mai dei dubbi. Le dimissioni sono, a mio avviso, una buona notizia. Nel senso che stanno a indicare che la tanto vituperata autocrazia ungherese conserva ancora il senso del limite. La notizia sulla Bbc.

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Pubblicato da Europa il 13 marzo 2012

C’è chi azzarda il paragone tra il nuovo primi ministro slovacco e l’omologo ungherese. Malgrado la condivisione del populismo, dello statalismo e dell’allergia ai media, la tesi è esagerata. 

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Robert Fico, capo dello Smer, la socialdemocrazia slovacca, governerà da solo. Le elezioni anticipate di sabato hanno infatti assegnato al suo partito la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari: 83 su 150. Il trionfo di Fico, che torna a guidare il paese dopo due soli anni di opposizione, si spiega solo in parte con la caduta del governo di centrodestra, maturata a ottobre sul voto relativo al fondo europeo salva-stati (da qui il voto anticipato). A spianargli la strada è stato il grande scandalo del “Gorillagate”.

Si tratta di una serie di documenti, finiti in rete, che rivelerebbero mazzette pagate dalla potente compagnia finanziaria Penta ai deputati di centrodestra, nel periodo 2002-2006. Governava, all’epoca, Mikulas Dzurinda, ministro degli esteri uscente e capo dell’Unione cristiano-democratica, socio di maggioranza del defunto esecutivo. Il Gorillagate ha ridotto il partito ai minimi termini, malgrado l’autenticità dei file non sia stata ancora provata.

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Pubblicato da Linkiesta il 22 gennaio 2012

La Commissione ha aperto una procedura d’infrazione contro Budapest. L’Europarlamento agita lo spettro dell’art. 7 del Trattato Ue, che prevede la sospensione di alcuni diritti derivanti dalla membership. Orban punta a trasformare la pressione esterna in strumento con cui rilanciare il consenso interno. 

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Gli stivali di Stalin al Memento Park di Budapest (mt)

L’Ungheria e l’Europa. La partita corre lungo due binari. Nei giorni scorsi la Commissione ha aperto una procedura d’infrazione contro Budapest, esortando il governo magiaro, guidato dal discusso Viktor Orban, a rettificare le norme costituzionali entrate in vigore il primo gennaio. Violano ordinamento e principi comunitari: così si sono pronunciati Barroso e i commissari. Gli interventi richiesti sono tre. Il primo riguarda l’indipendenza della Banca centrale, il secondo concerne l’autonomia della magistratura, il terzo quella dell’autorità garante della privacy. Orban deve uniformarsi entro trenta giorni, pena il deferimento dell’Ungheria alla Corte di giustizia europea e una conseguente sanzione finanziaria molto pesante. Nonché una figuraccia epocale.

Ancora più netto l’approccio dei gruppi liberale, socialista, verde e di sinistra dell’Europarlamento, dove Orban s’è recato mercoledì, partecipando al dibattito sulla situazione in corso in Ungheria e cercando di spiegare che la Costituzione e le nuove leggi approvate dalla schiacciante maggioranza della Fidesz (il suo partito) non comportano un’emergenza democratica, come i più sostengono. Ma non ha convinto l’ala progressista dell’emiciclo, che ha invocato l’applicazione dell’articolo 7 del Trattato Ue. Ci sarebbero i numeri, a quanto pare, affinché a Strasburgo possa formarsi una maggioranza intorno a tale ipotesi, votandola.

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